agosto 2010


Pubblichiamo un invito del leader UdC, Pier Ferdinando Casini, a porre fine all’orrore della lapidazione in Iran. “Le parole spesso sono le pietre grandi e più forti.”

Ho visto in un video la lapidazione di una giovane donna.
E’ stato duro seguire fino alla fine le sequenze di dolore e di odio.
In Iran, dopo averla fustigata, vogliono lapidare Sakineh Ashtiani per adulterio. Per ora, i media iraniani, stanno lapidando verbalmente la moglie del presidente francese Carla Bruni, rea di aver svegliato l’Europa su questo nuovo barbaro crimine.
Non voglio sapere chi sia Sakineh, né cosa abbia fatto. Ma sento di dover gridare il mio sdegno, la mia rabbia per non poter fermare da solo questo insulto alla vita che è sacra: niente può giustificare questo obbrobrio.
Per questo dico: brava Carla e bravi tutti coloro che in queste ore si stanno mobilitando per fermare questo orrore.
Facciamo sentire alte le nostre grida: le parole spesso sono le pietre grandi e più forti.

Pier Ferdinando

Quante volte da piccoli o nel corso degli studi scolastici abbiamo sentito parlare di favole? E quante altre ancora di morali?

Bene, sembra che anche il mondo politico abbia bisogno di una piccola rinfrescata alla memoria. Mi riferisco alla celeberrima favola di Esopo intitolata “La volpe e l’uva” che narrava appunto di una volpe tutta intenta a raggiungere i grappoli succulenti di una vite abbastanza alta. Nessun salto portò il mammifero ad afferrare acini o tantomeno interi grappoli fino a quando la volpe, indignata e sconfitta, mentendo a se stessa definì quel prelibato bottino marcio. Numerosi proverbi e frasi comuni ci hanno più volte ricordato in simili situazioni la simpatica e divertente avventura della furba creatura, anche se questa volta a riportarlo alla nostra memoria è un avvenimento politico Made in Italy.

Con la formazione del gruppo “Futuro e Libertà per l’Italia”, promosso dai cosiddetti finiani, ex membri PDL vicini al presidente della Camera, è infatti iniziata quella che è stata definita campagna acquisti estiva, che, sulle orme delle frettolosa corsa che riviviamo nelle feste natalizie con code nei centri commerciali in tipico stile americano, ha visto membri dell’attuale risicata maggioranza corteggiare animatamente i parlamentari e le forze più vicine all’attuale schieramento di Governo. Non sono così mancate rincorse all’UDC, che però ha sempre dimostrato coerenza e fedeltà al mandato elettorale, rifiutando poltrone e incarichi che avrebbero sancito una vera e propria entrata nella maggioranza. Non sono mancati nemmeno accesi scambi e dibattiti che hanno solo contribuito a rimarcare giorno dopo giorno l’attenzione sulla questione allontanando politica e Governo dai veri problemi del Paese, che necessitano di celeri risposte ed interventi.

Fortuna che la linea dei centristi è sempre stata fedele alle posizioni iniziali, sempre confermate da espressioni come “opposizione repubblicana” che indica la responsabilità nel voto e nel lavoro parlamentare. Sfiancati un po’ dal caldo e dalle temperature estive, un po’ dai continui rifiuti dei membri dell’UDC, i membri della maggioranza, come per difendere “capre e cavoli” hanno optato per la prosecuzione della legislatura senza l’inglobamento dei centristi, scongiurando quella che si prospettava essere un autunnale ritorno alle urne, dannoso per gli Italiani.  Ma ad indignare un po’ tutti è stato l’atteggiamento mediatico dopo l’ultimo vertice tra Berlusconi e i suoi, che ha presentato la decisione come  una chiusura delle porte all’UDC, quando poi era stata la stessa UDC a rifiutare inciuci e accordi di palazzo. Semplificando tutta la questione si potrebbe ricorrere alla favola iniziale, sottolineando che non era l’uva a cercare la volpe bensì il contrario. Magari prospettato in questi termini potrebbe riflettere meglio l’incresciosa situazione degli ultimi giorni, che ha portato la Lega e il PDL nuovamente a corteggiare l’area finiana, dividendosi tra amichevoli incontri, come quello annunciato con messaggero Cota, e prese di posizione che hanno il sapore del ricatto e dell’aut aut.

Quando la maggioranza avrà finalmente ritrovato il suo assetto, ritrovata una linea unica  e coerente, allora sì che l’UDC potrà tornare ad essere la forza interlocutrice di sempre, la forza aperta a confronti e proposte, ma a patto che siano concrete e precise. Con questo un chiaro riferimento va ai cinque punti su cui si annuncia la ripresa dei lavori. Ma attenzione: che queste parole non siano solo slogan insensati o specchi per le allodole, che questi temi non siano solo frutto di sterili dibattiti con dietro le quinte nessun serio provvedimento, che non si chiamino riforma della giustizia nuove leggi ad personam, che questa volta danneggerebbero numerosissimi altri scenari.
Non ci resta che metterci fiduciosi in attesa,  aspettando solo che si riattivi quel lavoro parlamentare che fa bene all’Italia, confusa e sfiduciata dopo quelli che sono stati definiti teatrini di fine estate.

Francesco Scavone

È un’abitudine, la mia, quella di attaccare continuamente e frontalmente chiunque pretenda di cambiare la politica italiana con le parole, dimostrando però che nei fatti la realtà è un’altra. Ho attaccato il mio partito, ho attaccato i suoi uomini, i suoi tesserati, i suoi simpatizzanti e i suoi papaveri, dagli assessori ai dirigenti. Ho punzecchiato i politici che “portavano” i voti, quelli che foraggiavano, quelli che pascolavano. Ho usato i miei post come delle clave per martellare e colpire chiunque pretendesse popolarità e considerazione, senza averne merito.

Molti però non sanno perché ho compiuto questa scellerata azione di distruzione. Non me ne vogliano i politici, e non, soprattutto del mio partito, che ho attaccato. Non attacco per puro divertimento o per mio personale gusto della critica, ma muovo interrogativi solo per migliorare la situazione attuale, che non è certo delle migliori. Molti potrebbero dire che questo non è il momento per attaccare, per denigrare, per cercare il “pelo nell’uovo”. Io non sono dello stesso parere. È proprio ora che bisogna aprire una grande discussione su cosa si è fatto di giusto, su cosa si sta facendo, sul nostro programma futuro, su cosa vorremo fare da grandi, su cosa è meglio per il partito, cosa è meglio per i nostri elettori e cosa per gli italiani.

Oggi, l’Unione di Centro è un partito che ha terminato il proprio cammino, sospinto per l’ultima volta dalla brezza estiva. L’Udc ha pure vinto perché non si è lasciata spazzare via dai due  falsi giganti che ora sprofondano, ma l’UDC è alla meta. Questo nostro fedele compagno deve arrivare al traguardo di Chianciano, al congresso costitutivo del nuovo progetto del Partito della Nazione. Nuovi progetti, nuovi nomi, nuovi slogan, nuovi dibattiti, nuove idee. Ma gli uomini e i burocrati sono sempre gli stessi. Qui bisogna ragionare. Io non sono contro gli uomini, anzi sono per un loro cambiamento, per una loro nuova dedizione ad un nuovo stile di fare politica, non a parole, con i fatti. Sono soprattutto  per il merito.

Ecco perché me la prendo sempre e solo con gli uomini dell’Udc e non degli altri partiti. A me interessa quello che fanno in casa mia, quello che succede altrove poco mi entusiasma. Io voglio un partito che prima di criticare, prima di scendere in campo, prima di presentare una lista alle elezioni, prima di mettersi in gioco, deve assolutamente mettere a posto ciò che di cattivo, sbagliato e dannoso c’è al proprio interno. C’è bisogno di entrare nel nostro armadio e fare un po’ di pulizia cacciando i vari scheletri che conserviamo nel nostro partito. Dobbiamo pulire il nostro armadio e poi uscire di casa, stanchi per il lavoraccio fatto, fieri di averlo portato a termine, ma finalmente pronti per guardare avanti, senza rivolgere il nostro sguardo e il nostro pensiero al passato,  consapevoli che nessuno più potrà accusarci per le presenze poco piacevoli e le tante ombre che hanno popolato la nostra storia. Guardiamo in casa nostra, il  nostro contributo per l’Italia.

La vicenda Fiat continua ad occupare le pagine dei giornali, non solo lucani, e continua ad avere grande importanza a livello nazionale. Si discute sulla decisione della Fiat, di non far rientrare a lavoro i 3 operai, seppur pagando loro lo stipendio. Decisione non condivisa dai 3, Antonio Lamorte, Giovanni Barozzino e Marco Pignatelli, che hanno deciso di protestare contro la decisione dell’azienda, rimanendo davanti ai cancelli della Fiat di San Nicola.

E nel frattempo, ognuno ha detto la propria: Bonanni, durante un’intervista, ha consigliato a Marchionne di porre fine a questo braccio di ferro, per non fare il gioco della Fiom; Napolitano, in risposta alla lettera inviatagli dagli operai, ha chiesto che venga rispettata la sentenza del giudice; la Cei, come il Presidente della Repubblica, ha accusato la Fiat di negare i diritti fondamentali degli operai; Confindustria, invece, tramite la Marcegaglia, ha dato il suo appoggio all’azienda torinese, legittimando la scelta da essa operata.

Insomma, tutti partecipano al dibattito, chi con toni duri, chi con toni pacati. Tutti, tranne uno. Grande assente nel dibattito è il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi.

Sono d’accordo che un ministro della Repubblica  non debba intervenire in merito alle decisioni giudiziarie, per non compromettere lo svolgimento dell’attività in tribunale.

Ma trovo inconcepibile e incomprensibile l’assenza di Sacconi nelle trattative azienda-operai, in qualità di mediatore.

Non ci si può lavare le mani in questo modo, soprattutto quando in ballo c’è il Futuro di un’intera Area che vive e dipende, purtroppo, dalla Fiat. Un’eventuale strappo definitivo tra azienda  e sindacati significherebbe conseguenze devastanti per tutto il nord di una Basilicata, da anni ormai votato all’industria.

Essere ministro comporta onori, ma anche oneri, come la presa di responsabilità in determinate e determinanti situazioni. In questo caso, dunque, Sacconi non può rimanere fuori da tutto, come se vivesse in un altro Paese, soprattutto alla luce del fatto che il ministero delle Attività Produttive rimane ancora vacante.

Questa trattativa ha bisogno di interlocutori, che possano trovare un punto di contatto. E il silenzio non può esserne mediatore.

 Marta

La situazione dei fiumi, dei laghi, delle dighe, dei mari lucani, la conosciamo molto bene e molte volte su questo blog ne abbiamo parlato spesso e con molta rabbia, sapendo che i responsabili di gravi inquinamenti sono ancora impuniti e i loro scempi sono pronti per essere assorbiti da noi lucani, che viviamo la nostra terra. Giusto qualche dato per rendere l’idea: 150 mila abitanti, il 25,3% dei lucani è senza un servizio di depurazione, ciò vuol dire che i liquami prodotti da questi cittadini vengono sversati in qualche pozzo nero o in qualche terreno privato o in qualche torrente, il tutto poi rigorosamente nei fiumi e nei mari. Il 28% degli impianti di depurazione lucani non è operativo, ci sono, ma non funzionano, per mancanza di risorse, per mancanza di personale, per mancanza di convenienza, per mancanza di attenzione.

Insomma, abbiamo capito chi è il principale responsabile dell’inquinamento territoriale lucano:  è la depurazione inefficiente e quindi insufficiente, soprattutto nel periodo estivo, con l’arrivo dei turisti e l’aumento di residenti nei nostri paesi. Siamo di fronte ad una gestione complessivamente deficitaria. L’Acquedotto lucano ha ormai 8 anni d’età e di esperienza, riesce a tamponare, ma non a sopperire alle numerose e dispersive esigenze dei cittadini lucani. Potrebbero dire quelli dell’Aql: “noi siamo pochi, la regione è grande, le risorse sono poche, fateci lavorare”. Lo dicono un po’ tutti e la scusa è credibile, ma come sempre si potrebbe fare di più.

Ecco a voi un piccolo esempio tutto lucano: un fitodepuratore costruito nel 1997 e mai entrato in funzione, e poi risistemato dall’Aql e ora perfettamente funzionante, dal 2006. È situato alla foce del fiume Cavone e depura i reflui del comune di Pisticci e di altri piccoli centri abitativi sempre nel pisticcese. Alcuni di voi potrebbero chiedersi: ma cos’è un fitodepuratore? Il nome dice tutto: si utilizzano le piante, soprattutto autoctone, per depurare l’inquinamento umano. Le piante e gli organismi che vivono in questo nuovo ecosistema si nutrono dell’inquinamento, come se fosse vero e proprio concime.

Ecco cosa ho trovato sul web, su una ricerca di Patrizia Casarini dell’Arpa Lombardia: “In pratica, si tratta di una zona umida costruita, in cui il suolo è mantenuto costantemente saturo d’acqua e consiste in un bacino poco profondo, impermeabilizzato ove necessario, riempito con un idoneo substrato e vegetato con piante acquatiche.” E ancora: “L’impianto di fitodepurazione rappresenta quindi un’alternativa alla depurazione tradizionale, rispetta l’ambiente ed è vantaggiosa dal punto di vista economico (v. risparmio di energia elettrica, in un’ottica di sviluppo sostenibile, limitati costi di gestione) ed ambientale (miglior impatto sul paesaggio, eliminazione di trattamenti di disinfezione).” E dulcis in fundo: “Tali trattamenti si prestano, per gli insediamenti di maggiori dimensioni con popolazione equivalente compresa tra i 2.000 e i 25.000 abitanti.

La fitodepurazione non può essere utilizzata per qualsiasi occasione, ma per la gran parte delle realtà antropiche della Basilicata sì. Siamo di fronte ad una tecnologia che necessita di bassi investimenti iniziali, di bassi costi di gestione, di assenza totale di consumo energetico. I limiti di questo impianto sono la necessità di ampie superfici su cui istallare il bacino artificiale e il fatto che è una tecnologia non adattabili a zone con quote molto alte e con climi freddi. Insomma la fitodepurazione è fatta su misura per la nostra regione. Naturalmente però i fitodepuratori servono per combattere possibili scempi ambientali e per abbassare di molto l’inquinamento dei nostri fiumi e mari, ma la loro presenza sul territorio, non deve far abbassare la guardia sulla prevenzione delle situazioni inquinanti. Io proporrei di costruirne un fitodepuratore ad ogni foce dei nostri fiumi, uno a monte di ogni nostra diga (si veda la situazione della Diga del Pertusillo)e uno per ogni comune lucano. Si parla di 150 fitodepuratori, di varie dimensioni. Per ora la Basilicata ne ha uno solo, e l’Italia una decina o poco più, anche se molti cittadini stanno affiancando la loro abitazione con questa stupenda struttura, del tutto naturale. Questa è la strada giusta.

Che il Paese viva un periodo critico, è sotto gli occhi di tutti. Che la politica italiana sia totalmente disinteressata a questo, anche.

Sono ormai mesi e mesi che prosegue la telenovela Berlusconi-Fini, condita dalle sparate di Bossi, sui rapporti all’interno della maggioranza, sull’entità dello strappo nel PDL, sui problemi all’interno della coalizione.  Insomma, si parla di tutto, meno che della salute del nostro povero bel Paese.

Oggi l’ultima novità, arriva dal leader della Lega: “Andare al voto comunque”.

Naturalmente, in un Paese già di per sé in condizioni economiche molto precarie, dove il debito pubblico è alle stelle, e la ripresa stenta a decollare, non c’è nulla di più utile di elezioni anticipate!

Forse il sole, il caldo e l’afa, hanno azzerato la memoria degli uomini del Carroccio, che dimenticano quanto costino al Paese le elezioni, specialmente se anticipate. Infatti il Paese dovrebbe spendere,  in caso di elezioni, circa 350 milioni di euro (cifra stanziata per le elezioni del 2006), senza dimenticare che a marzo si voterà in molti comuni, con un’ ipotetica spesa di 250 milioni di euro.

Ora, permettetemi di fare una riflessione su questi dati.

L’Italia non può continuare a sprecare soldi per pagare le elezioni volute soltanto dai signori di Palazzo. Sono passati soltanto due anni dalle ultime elezioni politiche, pochi mesi da quelle regionali. Ci sarebbero 3 anni senza “interruzioni elettorali”. Tempo prezioso, durante il quale il premier Berlusconi potrebbe portare avanti numerose riforme importanti, avendo una buona maggioranza (nonostante lo strappo con Fini), e una frangia di opposizione pronta ad esaminare in modo responsabile e serio le proposte.

Le elezioni sarebbero per Berlusconi un’ancora di salvezza, per il Paese un’ulteriore sconfitta.

Perciò, un monito arriva dal Paese intero: noi italiani siamo stanchi di questa telenovela, adesso è l’ora di portare sugli schermi della politica italiana un film d’autore.

Ci sarà un regista capace di girarlo?

Marta

Una soluzione a tutti i veti e a tutti i cavilli italiani.

L’Italia è un Paese con un forte deficit energetico, senza contare la grave carenza di risorse naturali. Tutto ciò rende l’Italia succube delle scelte energetiche ed industriali di altre nazioni, soprattutto della Francia. E allora, in questa situazione economicamente tragica, si inserisce il mio ragionamento, per alcuni versi fantasioso. L’idea è semplice. Noi (come Paese-Italia) compriamo una centrale nucleare bella e pronta, già in produzione o di nuova costruzione, in territorio estero e confinante, e poi trasportiamo tutta l’energia nel nostro territorio. Un’altra possibilità è quella di chiedere alla Stato estero la concessione per costruirne una noi, sul loro territorio. Oppure ancora, la più praticabile, chiediamo la totale energia prodotta dalla centrale. Noi ci mettiamo solo i soldi. Non mi sembra un ragionamento eretico, basta la firma di un trattato bilaterale.

In più il nostro Governo ha intenzione di costruire 3 centrali nucleari sul suolo italiano. Io gliene propongo 5, in terra straniera: una in Francia, per rifornire di energia il Piemonte e la Liguria, una in Austria o in Svizzera, per alimentare le necessità energetiche della Lombardia, un’altra centrale in Slovenia, per i consumi del Nord-Est, una in Tunisia per la calorosa Sicilia e l’ultima in Albania, per la Puglia. Insomma, ci circondiamo di centrali nucleari, come se non lo fossimo già. Ci sarebbe anche un’altra scelta di riserva: la Corsica. Naturalmente non sto facendo i conti con gli osti, i francesi, gli sloveni, gli austriaci, gli svizzeri, i tunisini e gli albanesi, ma si sa, tutti hanno un prezzo.

Il problema delle risorse economiche non sussiste, il Governo ha stanziato risorse per costruite le nuove centrale nucleari, che ci sono e che potrebbero essere dirottate su questo mio progetto. Il problema delle distanze delle centrali dai futuri consumatori non fa parte del mio esempio, perché stiamo parlando di impianti a pochi chilometri dall’Italia e poi la tecnologia aiuta sempre, in questi casi, ad abbattere possibili sprechi dovuti al trasporto dell’energia. Per quanto riguarda i lavoratori da impiegare nelle opere del caso, credo che si debba privilegiare la manodopera locale, condizione che sarà sicuramente richiesta dalle nostre controparti. E poi potremmo anche liberarci del grave ed irrisolto problema delle scorie radioattive, derivanti dal processo produttivo. Potremmo, pagando, chiedere al paese ospitante la centrale, di provvedere al conseguente smaltimento. Anche se su questo tema molte altre questioni si affacciano, conosciute soprattutto alla malavita organizzata, che smaltisce rifiuti radioattivi nei fondali dei nostri mari. Lascio il resto delle possibili clausole pattizie alla vostra immaginazione e potrebbero essere davvero tante.

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