Infrastrutture


Dopo le terribili mareggiate invernali, la spiaggia del lido di Metaponto, fu risistemata nel giugno scorso per accogliere i turisti estivi. Un ripascimento artificiale costato parecchio e che ha modificato l’assetto naturale della spiaggia. Restava comunque un intervento doveroso per non uccidere le strutture ricettive del luogo. Dopo un estate gioiosa, energica, aggressiva e piena di soddisfazioni, tra qualche mese arriverà l’inverno e sarà ovvio aspettarsi nuove mareggiate e nuove erosioni della costa.

Bisogna capire che l’erosione è un fenomeno normale. Normale perché è nelle norma delle cose. Le regole della fisica dichiarano espressamente che si tratta di eventi naturali che sono sempre esistiti. La natura è fatta di equilibri e nel nostro caso, l’altro fenomeno che dovrebbe contrastare l’erosione delle coste è l’apporto continuo di detriti fluviali a causa dell’erosione del territorio interno della nostra regione. Le dighe e gli sbarramenti hanno bloccato questo naturale defluire dei fiumi e l’equilibrio si è spezzato.

Dal 1930, la costa ionica ha guadagnato terreno rispetto al mare, circa 432 ettari, cioè 4.320.000 metri quadrati di nuovo terreno si è aggiunto alle precedenti coste. C’è stato un avanzamento di 40 metri a Metaponto, 180 a Scanzano, 300 a Nova Siri e 350 a Policoro. Perché? Perché l’apporto di detriti dai fiumi era maggiore rispetto al fenomeno dell’erosione marina delle coste. Ora però la tendenza si è invertita: prevale l’erosione marina rispetto al continuo defluire dei fiumi. Il geometra Nicola Bonelli di Tricarico, lo diceva già più di 10 anni fa e continua a ricordarcelo.

L’erosione però ha un ottimo alleato: l’uomo, i suoi comportamenti e le sue costruzioni. Infatti tra le cause dell’erosione c’è la forte vicinanza alla battigia delle strutture ricettive turistiche, che si riduce a pochi metri durante le mareggiate. Il lungomare costruito per dividere la spiaggia dagli edifici è il vero colpevole. Tra qualche anno la forza del mare lo distruggerà. E poi passerà alle case, agli alberghi, alle strade a i marciapiedi. Insomma una vera e propria distruzione, sempre più rapida con il passare del tempo. Il tutto si fermerà, quando finalmente la forza del mare non avrà dato una forma “arrotondata” e univoca all’intera costa ionica lucana, eliminando, erodendoli, tutti gli ostacoli, cioè quando le foci dei fiumi lucani saranno allineate al resto della costa. È del tutto naturale e tutto normale. È emblematico il caso della foce dell’Ofanto che è arretrato di parecchie centinaia di metri.

Quale il futuro? L’erosione continuerà e graverà ancor più sulla costa. Quale la soluzione? Barriere artificiali? Naturali? Distruzione delle dighe a monte? Io non sono un esperto e non ho le competenze per azzardare ipotesi. Dico solo che quello che è accaduto al lido di Metaponto deve essere da monito a tutta la costa ionica lucana. Infatti l’erosione da decine di anni minaccia la foce del Sinni, ma ben presto anche quella dell’Agri. Insomma il futuro è questo e non basta tamponare, risistemare la spiaggia ogni primavera prima che arrivino i turisti, per poi ritrovarsi punto e a capo la primavera successiva. Il modo migliore e meno costoso per risolvere i problemi è prevenirli. Studi universitari finanziati con soldi comunitari e promossi dalla Regione Basilicata, hanno raccolto dati sul fenomeno e presto si inizierà la costruzione di barriere sommerse sul fondale marino antistante le spiagge metapontine. Spero solo che possa essere la soluzione migliore. Anche se l’erosione continuerà, forse altrove, ma continuerà.

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Sabato 11 Settembre, a Chianciano, si è svolto l’ EstremoCentroCamp, una sorta di conferenza “aperta”, meno schematica e più interattiva, su di un tema quanto mai attuale: “Internet e Politica”. In quest’incontro, si p discusso di vari temi riguardanti il web, abbiamo portato la nostra esperienza di noi blogger di Estremo Centro, sentinelle del territorio, impegnati a diffondere l’informazione su questioni scottanti nelle nostre regioni. Durante l’EstremoCentroCamp, per dimostrare che internet possa diventare un mezzo di comunicazione efficace per diminuire le distanze tra cittadini e politica,  abbiamo deciso di lasciare spazio agli italiani che, tramite e-mail o sms, avrebbero potuto porre le proprie domande e i propri dubbi ad uno dei maggiori esponenti della politica italiana: Pier Ferdinando Casini.

Tra le varie domande, mi ha toccato particolarmente una richiesta: “Più attenzione per i pendolari”.

Casini, nel rispondere, ha evidenziato una realtà che conosco molto da vicino, in quanto pendolare da quasi 7 anni. Impossibile non condividere l’amara considerazione che, in questo Paese, si corra su due binari di sviluppo troppo diversi tra di loro. Mentre infatti l’innovazione percorre la strada delle grandi città, dove ogni giorno si apportano migliorie tecniche per rendere sempre meno brevi i tempi di viaggio tra le grandi metropoli, in periferia i trasporti pubblici stentano a decollare. La dimostrazione è data dal fatto che, ad esempio, per percorrere la tratta Milano-Roma, con treni che sfiorano i 400km/h, si impieghino meno di 3 ore, e per la tratta Melfi-Potenza serva un’ora (senza considerare ritardi, o altre cause varie ed eventuali).

L’Italia, però, non vive di sole grandi città: il Paese è soprattutto periferia. C’è un’ immensa  rete di persone che gravitano intorno a queste grandi realtà e che, ogni mattina,  di buon ora, affrontano tratte che, in molti casi, potrebbero essere definiti “viaggi della speranza”. 

Ma i problemi non finiscono mai, per i pendolari.

 Infatti, l’anno scolastico in corso, ha significato l’aumento dei disagi per gli studenti e i professori pendolari di tutt’Italia e, in particolare di tutta la Basilicata. Infatti, da quest’anno, entra in vigore la riforma Gelmini, che prevede significative modifiche all’orario: spariranno le ore “ridotte”, cioè da 50 minuti, a favore delle ore “intere”, cioè da 60 minuti. Dunque, si uniformerà l’orario di inizio delle lezioni per tutti gli studenti di scuole superiori e quindi, dopo una settimana di assestamento, da lunedì i cancelli apriranno alle ore 08.05, con uscita alle 13.05 o 14.05, a seconda del tipo di istituto frequentato.  

Ciò comporta la necessità di riadattare gli orari degli autobus scolastici, per garantire il trasporto agli alunni. Ebbene,qui iniziano i problemi. Molte aziende private di trasporti, gestendo anche tratte extra-scolastiche, a causa di questa modifica oraria, si sono ritrovate ad affrontare spese non previste nel bilancio aziendale, così da dover risolvere il problema con tagli alle tratte, e conseguente aumento delle difficoltà. Dunque, per essere più chiari, per tornare a casa dopo la scuola, dal paese dove frequento il Liceo alla mia piccola frazione, del tutto isolata dal resto della Regione, ci sarà soltanto un bus: alle 14.30.

Ma al peggio non c’è mai fine! Basti pensare che su questo stesso bus saliranno i ragazzi che frequentano la Scuola Media, del tutto disinteressati dalla riforma Gelmini, costretti ad adattarsi ad orari che definirei assurdi.

Ecco,  l’impressione, ancora una volta, è quella di una riforma calata dall’alto, senza considerazione alcuna delle difficoltà del territorio, della periferia. Come sempre, si impianta una riforma pensata a misura metropolitana, in tutto il territorio italiano, che ha caratteristiche olograficamente molto varie.

L’Italia è un’insieme di grandi centri, attorno ai quali vi è però una periferia dimenticata dallo Stato. C’è bisogno di ricucire l’Italia anche in questo, di rendere l’Italia un Paese unito sotto ogni punto di vista.

Partire dai trasporti potrebbe essere un’ottima risposta a questa grande sfida.

Pensare ad una rete di trasporti migliore, non significa vaneggiare. Significherebbe sviluppo in ogni ambito dell’economia: dal settore delle imprese, fino al turismo, senza dimenticare il vantaggio che ne deriverebbe per l’Ambiente.

Perché, in realtà, un Paese senza infrastrutture è un Paese senza futuro.    

Marta

La situazione dei fiumi, dei laghi, delle dighe, dei mari lucani, la conosciamo molto bene e molte volte su questo blog ne abbiamo parlato spesso e con molta rabbia, sapendo che i responsabili di gravi inquinamenti sono ancora impuniti e i loro scempi sono pronti per essere assorbiti da noi lucani, che viviamo la nostra terra. Giusto qualche dato per rendere l’idea: 150 mila abitanti, il 25,3% dei lucani è senza un servizio di depurazione, ciò vuol dire che i liquami prodotti da questi cittadini vengono sversati in qualche pozzo nero o in qualche terreno privato o in qualche torrente, il tutto poi rigorosamente nei fiumi e nei mari. Il 28% degli impianti di depurazione lucani non è operativo, ci sono, ma non funzionano, per mancanza di risorse, per mancanza di personale, per mancanza di convenienza, per mancanza di attenzione.

Insomma, abbiamo capito chi è il principale responsabile dell’inquinamento territoriale lucano:  è la depurazione inefficiente e quindi insufficiente, soprattutto nel periodo estivo, con l’arrivo dei turisti e l’aumento di residenti nei nostri paesi. Siamo di fronte ad una gestione complessivamente deficitaria. L’Acquedotto lucano ha ormai 8 anni d’età e di esperienza, riesce a tamponare, ma non a sopperire alle numerose e dispersive esigenze dei cittadini lucani. Potrebbero dire quelli dell’Aql: “noi siamo pochi, la regione è grande, le risorse sono poche, fateci lavorare”. Lo dicono un po’ tutti e la scusa è credibile, ma come sempre si potrebbe fare di più.

Ecco a voi un piccolo esempio tutto lucano: un fitodepuratore costruito nel 1997 e mai entrato in funzione, e poi risistemato dall’Aql e ora perfettamente funzionante, dal 2006. È situato alla foce del fiume Cavone e depura i reflui del comune di Pisticci e di altri piccoli centri abitativi sempre nel pisticcese. Alcuni di voi potrebbero chiedersi: ma cos’è un fitodepuratore? Il nome dice tutto: si utilizzano le piante, soprattutto autoctone, per depurare l’inquinamento umano. Le piante e gli organismi che vivono in questo nuovo ecosistema si nutrono dell’inquinamento, come se fosse vero e proprio concime.

Ecco cosa ho trovato sul web, su una ricerca di Patrizia Casarini dell’Arpa Lombardia: “In pratica, si tratta di una zona umida costruita, in cui il suolo è mantenuto costantemente saturo d’acqua e consiste in un bacino poco profondo, impermeabilizzato ove necessario, riempito con un idoneo substrato e vegetato con piante acquatiche.” E ancora: “L’impianto di fitodepurazione rappresenta quindi un’alternativa alla depurazione tradizionale, rispetta l’ambiente ed è vantaggiosa dal punto di vista economico (v. risparmio di energia elettrica, in un’ottica di sviluppo sostenibile, limitati costi di gestione) ed ambientale (miglior impatto sul paesaggio, eliminazione di trattamenti di disinfezione).” E dulcis in fundo: “Tali trattamenti si prestano, per gli insediamenti di maggiori dimensioni con popolazione equivalente compresa tra i 2.000 e i 25.000 abitanti.

La fitodepurazione non può essere utilizzata per qualsiasi occasione, ma per la gran parte delle realtà antropiche della Basilicata sì. Siamo di fronte ad una tecnologia che necessita di bassi investimenti iniziali, di bassi costi di gestione, di assenza totale di consumo energetico. I limiti di questo impianto sono la necessità di ampie superfici su cui istallare il bacino artificiale e il fatto che è una tecnologia non adattabili a zone con quote molto alte e con climi freddi. Insomma la fitodepurazione è fatta su misura per la nostra regione. Naturalmente però i fitodepuratori servono per combattere possibili scempi ambientali e per abbassare di molto l’inquinamento dei nostri fiumi e mari, ma la loro presenza sul territorio, non deve far abbassare la guardia sulla prevenzione delle situazioni inquinanti. Io proporrei di costruirne un fitodepuratore ad ogni foce dei nostri fiumi, uno a monte di ogni nostra diga (si veda la situazione della Diga del Pertusillo)e uno per ogni comune lucano. Si parla di 150 fitodepuratori, di varie dimensioni. Per ora la Basilicata ne ha uno solo, e l’Italia una decina o poco più, anche se molti cittadini stanno affiancando la loro abitazione con questa stupenda struttura, del tutto naturale. Questa è la strada giusta.

Una soluzione a tutti i veti e a tutti i cavilli italiani.

L’Italia è un Paese con un forte deficit energetico, senza contare la grave carenza di risorse naturali. Tutto ciò rende l’Italia succube delle scelte energetiche ed industriali di altre nazioni, soprattutto della Francia. E allora, in questa situazione economicamente tragica, si inserisce il mio ragionamento, per alcuni versi fantasioso. L’idea è semplice. Noi (come Paese-Italia) compriamo una centrale nucleare bella e pronta, già in produzione o di nuova costruzione, in territorio estero e confinante, e poi trasportiamo tutta l’energia nel nostro territorio. Un’altra possibilità è quella di chiedere alla Stato estero la concessione per costruirne una noi, sul loro territorio. Oppure ancora, la più praticabile, chiediamo la totale energia prodotta dalla centrale. Noi ci mettiamo solo i soldi. Non mi sembra un ragionamento eretico, basta la firma di un trattato bilaterale.

In più il nostro Governo ha intenzione di costruire 3 centrali nucleari sul suolo italiano. Io gliene propongo 5, in terra straniera: una in Francia, per rifornire di energia il Piemonte e la Liguria, una in Austria o in Svizzera, per alimentare le necessità energetiche della Lombardia, un’altra centrale in Slovenia, per i consumi del Nord-Est, una in Tunisia per la calorosa Sicilia e l’ultima in Albania, per la Puglia. Insomma, ci circondiamo di centrali nucleari, come se non lo fossimo già. Ci sarebbe anche un’altra scelta di riserva: la Corsica. Naturalmente non sto facendo i conti con gli osti, i francesi, gli sloveni, gli austriaci, gli svizzeri, i tunisini e gli albanesi, ma si sa, tutti hanno un prezzo.

Il problema delle risorse economiche non sussiste, il Governo ha stanziato risorse per costruite le nuove centrale nucleari, che ci sono e che potrebbero essere dirottate su questo mio progetto. Il problema delle distanze delle centrali dai futuri consumatori non fa parte del mio esempio, perché stiamo parlando di impianti a pochi chilometri dall’Italia e poi la tecnologia aiuta sempre, in questi casi, ad abbattere possibili sprechi dovuti al trasporto dell’energia. Per quanto riguarda i lavoratori da impiegare nelle opere del caso, credo che si debba privilegiare la manodopera locale, condizione che sarà sicuramente richiesta dalle nostre controparti. E poi potremmo anche liberarci del grave ed irrisolto problema delle scorie radioattive, derivanti dal processo produttivo. Potremmo, pagando, chiedere al paese ospitante la centrale, di provvedere al conseguente smaltimento. Anche se su questo tema molte altre questioni si affacciano, conosciute soprattutto alla malavita organizzata, che smaltisce rifiuti radioattivi nei fondali dei nostri mari. Lascio il resto delle possibili clausole pattizie alla vostra immaginazione e potrebbero essere davvero tante.

Continua il mio interessamento per la fontana in località Frascarossa, che è confinante a nord e ad est con due nuclei cementificati, uno fatiscente, l’altro completamente diroccato. Due strutture sicuramente di proprietà privata. Ma mi è balzata in mente un’idea, quando in una mia recente intervista all’ex Presidente della Provincia di MateraCarmine Nigro, nel parlare del sistema viario della provincia, aveva menzionato una priorità nelle future azioni dell’ente: la costruzione di un grande collegamento stradale tra la Basentana e la Sinnica, passando per la Val d’Agri, andando da Pisticci Scalo fino all’incrocio sul Sinni, nel territorio di Tursi.

Un grande progetto che favorirebbe i collegamenti tra il nord della provincia e il sud. Il collegamento ora già c’è, ma si tratta di pericolosi manti stradali dissestati e curvilinei. Ha ragione il Presidente Nigro quando qualifica questo collegamento come il più critico dell’intero sistema infrastrutturale della provincia. E allora chiedo all’amministrazione comunale di Tursi di informasi sull’attuale stato del progetto, ed inserirsi con un progetto di riqualificazione della zona limitrofa alla fontana di Frascarossa, espropriando i casolari e destinarli ad usi più redditizi e creare un area verde per soste camper e campeggi.

Naturalmente se non si può o non si vuole espropriare, si può convincere i proprietari a impegnarsi in un utilizzo intelligente degli immobili. Si potrebbe creare un agriturismo, un bar, un centro ristoro. Accennavo anche alla creazione dell’aria verde per la sosta. Oppure altri usi ancora, che ora non mi vengono in mente. Qualsiasi cosa, purché si dia vita a quel mostro edilizio che ora si vede lì, sul ciglio della strada a dare appiglio ai rovi e a nascondere i topi agli occhi attenti delle civette. Non mi sembrava una cattiva idea, e volevo condividerla con voi.

Necessaria diventa anche la bonifica del sito da tutti quei copertoni di camion, spazzatura di ogni genere, cartacce varie, plastiche, e chissà cosa c’è nei vari fossi che circondano la zona. La bonifica è necessaria, anzi primaria. La tutela del territorio deve essere una priorità. Basta un cassonetto in più e qualche controllo per togliere qualsiasi scusa a questi criminali.

Fontana di Frascarossa: uno spreco economico ed ecologico.

La fontana pubblica in località Frascarossa, nel territorio del Comune di Tursi, denominata così per la vegetazione presente nei fossi vicini, che in autunno assume un fortissimo colorito ruggine,ha un gettito d’acqua di 0,18 litri al secondo, una bottiglia di un litro e mezzo la si riempie in 8 secondi. In un’ora si parla di 680 litri fuoriusciti e persi per sempre. In un giorno siamo sui 16 mila litri, 16 metri cubi, che escono dal rubinetto, senza saracinesca, per un equivalente 5.840.000 litri l’anno, cioè circa 7.000 euro, più o meno. 7 mila euro per cosa? Per non mettere una saracinesca, di 10-15 euro, che sicuramente, come sempre, sarà rubata dal solito imbecille antropomorfo, subito dopo l’istallazione?

Fontana in località Frascarossa

Io non so se il Comune di Tursi paga o meno l’acqua che tutti noi beviamo dalle fontanelle sparse sul nostro territorio, ma so di sicuro che è un grande spreco, di acqua e di soldi, se il Comune paga, appunto. Ma se il Comune paga con le stesse tariffe che noi tutti cittadini paghiamo in bolletta, allora il conto è salatissimo. 7.000 euro ogni fontanella, per 6 o 7 fontanelle che io conosco, fanno la bellezza di 42-49 mila euro all’anno di soldi buttati.

Fontana in località ponte Masone

Per tamponare questo spreco vero e proprio, bisognerebbe mettere in atto un qualsiasi stratagemma per non farci fregare la saracinesca: saldandola ai tubi, invece di avvitarla semplicemente, si potrebbero studiare dei meccanismi architettonici e idraulici per cementificare la saracinesca nella muratura della fontana, oppure una bella telecamera e un lampione, il tutto collegato ad un impianto minieolico di produzione elettrica, integrato con un pannello solare, per possibili cali del soffio del vento. In questo modo si risparmia denaro, diminuendo i consumi idrici, non utilizzando l’energia elettrica, si tutela l’ambiente, intimidendo tutti quei delinquenti, e sono tanti, che gettano carte, cartacce, cartoni, bottiglie, pneumatici, cicche di sigaretta, bicchieri di plastica, damigiane di vetro, indumenti, tutto attorno alla nostra freschissima fontana. Visitata ogni giorno da decine di “turisti dell’acqua”, che arrivano fin da Pisticci, Scanzano, Montalbano, Policoro, senza contare i tantissimi tursitani che ogni mattina, riempiono la propria borraccia o bottiglietta per una nuova giornata di lavoro.

Fontana in località Campi

Per questo motivo si potrebbe mettere anche un bidoncino per invogliare la gente a gettare lì i propri rifiuti e toglierli anche l’ultima scusa al loro inquinamento. Lo scempio è davvero terribile e disumano. Solo le bestie possono fare una cosa del genere: rifiuti ovunque che nessuno raccoglie, neanche il Comune. La telecamera sarebbe anche un presidio sulle strade e sul territorio, contro atti di vandalismo, di furto o altre forme di reato. Il tutto autofinanziato. E poi lo stesso discorso si potrebbe fare per tutte le altre fontane e fontanelle tursitane. Le più frequentate sono quella di Frascarossa, quella di Ponte Masone e quella in località Campi, senza contare quelle in paese e quelle sparse nelle campagne, tutte potabili. 50 mila euro all’anno, per 5 anni di amministrazione, sono 250 mila euro, il 28% del debito comunale, sempre ammesso che il Comune paghi questo spreco di acqua. Altrimenti il risparmio potrebbe averlo l’Acquedotto Lucano, che a sprechi sta messo davvero male.

L’estate dei nostri sogni, tutti gli anni si ripete sulle nostre spiagge.

Come tutte l’estati, l’intera provincia di Matera e una buona parte di quella di Potenza, si riverserà in spiaggia, alla calura della sabbia del nostro Ionio. Tutti in riva al mare, pronti per un tuffo, sempre liberi dai pesanti libri scolastici e dalle preoccupazioni casalinghe. La verità, che a molti extra regionali no va giù, è che noi metapontini il mare ce l’abbiamo in bella vista tutto l’anno, e un’altra particolarità che rode ancor più è il fatto che noi lucani le ferie le facciamo a casa, perché siamo nella regione più bella del mondo. Parchi naturali, nazionali e regionali, musei e luoghi d’arte e di storia, stupende città da vivere di notte, bella gente, la spiaggia affollatissima e ben tenuta (anche se molto spesso sporca di rifiuti lasciati lì dai “turisti”), l’accoglienza che non delude mai, la buona cucina, le fresche sere con gli amici. Un po’ tutta l’Italia è così, ma per noi lucani, l’estate, la nostra estate, non è paragonabile con nessun altra cosa al mondo.

In spiaggia la domenica e il sabato, e anche tutti gli altri giorni, relax più assoluto, bibita fresca, pallone sempre alla mano, una passeggiata in riva al mare, un tuffo, due spruzzi, c’è che legge (pure al mare), chi pranza di buon ora con cannelloni o parmigiana, che invece si accontenta di tre o quattro rustici, i più schizzinosi corrono al lido per un gelato. 60-70 mila persone solo agli 11 lidi privati e spiagge libere di Policoro, a cui se ne devono aggiungere altri 100 mila in tutto il resto della costa, in un solo week end. Sono questi i numeri di una costa ionica che si riempie di ogni nazionalità, di ogni lingua e bellezza. La popolazione quasi raddoppia.

Dai camper ai villini, dai villaggi turistici alle case dei parenti, dagli alberghi ai campeggi. Ecco il turismo! Con molte criticità, con molti problemi, con molte lacune. Gli imprenditori del settore si organizzano, si coalizzano, si riuniscono e cercano di risolvere e tamponare alla meno peggio i vari interrogativi che ad ogni estate si ripropongono. Ma molto spesso le carte bollate delle amministrazioni rallentano qualsiasi eccitante innovazione imprenditoriale. È stato emblematico il caso del lido di Metaponto. Distrutto dalla furia invernale del mare, che ha risucchiato negli abissi, sempre più vicini, la già poca sabbia. Ripascimento ultimato dalla Regione, con pratiche anche criticabili, ma comunque tutto terminato per l’estate. I vari movimenti di sabbia, se effettivamente congrui all’ambiente circostante, resisteranno alle future annate, si spera solo che il fronte dell’erosione, con i vari prelievi di sabbia, non si allarghi.

Altro punto interrogativo è stato per due anni il maxi villaggio turistico, super avveniristico e stramoderno, di Marinagri, nella marina di Policoro. Collaudato solo il mese scorso, dopo anni di processo e sequestro.  Ora sarà a pieno regime il prima possibile. Trecento ettari di oasi verde incontaminata,  tre chilometri di spiagge e pinete stupende, lo stupendo orto botanico. Nato alla foce del fiume Agri, è il più grande villaggio turistico della regione e il primo a livello mediterraneo a fornire una tale ampiezza di spazi e di particolarità naturalistiche. Villette unifamiliari e bifamigliari immerse nel verde della laguna, con tutti i servizi a portata di mano, spiaggetta privata, ampio giardino, posto barca di fronte all’abitazione. Porto turistico da più di 500 posti barca, stazione di servizio carburanti, bancomat, raccolta posta, sorveglianza tutto il giorno, raccolta differenziata dei rifiuti, connessione internet, albergo 4 stelle. Attività sportive, calcetto, golf, tennis, vela, gym e tutto ciò che potreste immaginare lo trovate lì, a Marinagri. Qualcosa di mai visto prima.

Senza contare i tantissimi villaggi turistici che si snodano lungo tutti i 35 km di costa ionica, nascosti al mare dalla magnifica pineta che protegge l’entro terra e la costa dalla forza delle mareggiate. Uno sviluppo prettamente estivo e soprattutto da spiaggia, che però ravviva anche l’entro terra, sempre ben visto dai turisti, ma poco collegato per chi non ha mezzi propri con cui spostarsi. Uno sviluppo, bello, rapido, molto redditizio, ma anche molto pericoloso, sia per i suoi risvolti occupazionali, solo stagionali, che per i suoi risvolti naturalistici e ambientali. Un turismo da tenere ben fermo sulla sostenibilità ambientale e sulla lucanità. Nessun trasformismo eclettico e da Emirati Arabi. Semplicità, rigore, accoglienza, gusto, divertimento, ambiente, natura, cultura, paesaggi, mare, pulizia e salubrità del mare e delle spiagge, assoluta rettitudine. Queste le parole d’ordine, non si ammettono deroghe. Di imprenditori ladri, furbi e corruttori ne abbiamo visti fin troppi, si veda la Val Basento. Serve una nuova stagione. Per adesso ecco a voi la nostra nuova Estate, tutta Lucana.

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