Economia


Dopo le terribili mareggiate invernali, la spiaggia del lido di Metaponto, fu risistemata nel giugno scorso per accogliere i turisti estivi. Un ripascimento artificiale costato parecchio e che ha modificato l’assetto naturale della spiaggia. Restava comunque un intervento doveroso per non uccidere le strutture ricettive del luogo. Dopo un estate gioiosa, energica, aggressiva e piena di soddisfazioni, tra qualche mese arriverà l’inverno e sarà ovvio aspettarsi nuove mareggiate e nuove erosioni della costa.

Bisogna capire che l’erosione è un fenomeno normale. Normale perché è nelle norma delle cose. Le regole della fisica dichiarano espressamente che si tratta di eventi naturali che sono sempre esistiti. La natura è fatta di equilibri e nel nostro caso, l’altro fenomeno che dovrebbe contrastare l’erosione delle coste è l’apporto continuo di detriti fluviali a causa dell’erosione del territorio interno della nostra regione. Le dighe e gli sbarramenti hanno bloccato questo naturale defluire dei fiumi e l’equilibrio si è spezzato.

Dal 1930, la costa ionica ha guadagnato terreno rispetto al mare, circa 432 ettari, cioè 4.320.000 metri quadrati di nuovo terreno si è aggiunto alle precedenti coste. C’è stato un avanzamento di 40 metri a Metaponto, 180 a Scanzano, 300 a Nova Siri e 350 a Policoro. Perché? Perché l’apporto di detriti dai fiumi era maggiore rispetto al fenomeno dell’erosione marina delle coste. Ora però la tendenza si è invertita: prevale l’erosione marina rispetto al continuo defluire dei fiumi. Il geometra Nicola Bonelli di Tricarico, lo diceva già più di 10 anni fa e continua a ricordarcelo.

L’erosione però ha un ottimo alleato: l’uomo, i suoi comportamenti e le sue costruzioni. Infatti tra le cause dell’erosione c’è la forte vicinanza alla battigia delle strutture ricettive turistiche, che si riduce a pochi metri durante le mareggiate. Il lungomare costruito per dividere la spiaggia dagli edifici è il vero colpevole. Tra qualche anno la forza del mare lo distruggerà. E poi passerà alle case, agli alberghi, alle strade a i marciapiedi. Insomma una vera e propria distruzione, sempre più rapida con il passare del tempo. Il tutto si fermerà, quando finalmente la forza del mare non avrà dato una forma “arrotondata” e univoca all’intera costa ionica lucana, eliminando, erodendoli, tutti gli ostacoli, cioè quando le foci dei fiumi lucani saranno allineate al resto della costa. È del tutto naturale e tutto normale. È emblematico il caso della foce dell’Ofanto che è arretrato di parecchie centinaia di metri.

Quale il futuro? L’erosione continuerà e graverà ancor più sulla costa. Quale la soluzione? Barriere artificiali? Naturali? Distruzione delle dighe a monte? Io non sono un esperto e non ho le competenze per azzardare ipotesi. Dico solo che quello che è accaduto al lido di Metaponto deve essere da monito a tutta la costa ionica lucana. Infatti l’erosione da decine di anni minaccia la foce del Sinni, ma ben presto anche quella dell’Agri. Insomma il futuro è questo e non basta tamponare, risistemare la spiaggia ogni primavera prima che arrivino i turisti, per poi ritrovarsi punto e a capo la primavera successiva. Il modo migliore e meno costoso per risolvere i problemi è prevenirli. Studi universitari finanziati con soldi comunitari e promossi dalla Regione Basilicata, hanno raccolto dati sul fenomeno e presto si inizierà la costruzione di barriere sommerse sul fondale marino antistante le spiagge metapontine. Spero solo che possa essere la soluzione migliore. Anche se l’erosione continuerà, forse altrove, ma continuerà.

A parte la contraffazione vera e propria (l’Italia è il terzo produttore mondiale di merci contraffatte, dopo Cina e India), legalizzata di fatto, perché i controlli sono davvero misera cosa di fronte all’immensità del malaffare che si nutre sulla merce falsa, in Europa è presente una presa per i fondelli a carico dei consumatori e di tutti i cittadini onesti. Sto parlando del processo industriale che sforna ogni giorno migliaia di prodotti Made in Italy, ma le cui materie prime non sono affatto italiane.

Non c’è migliore esempio di questo: la produzione di derivati del pomodoro (pelati, salse, concentrali, ecc.) avviene su prodotto importato dalla Cina dentro grossi fusti, acquistati dai grandi marchi italiani e poi imbottigliati e inscatolati sotto i nomi illustri dell’industria italianissima di cui noi tutti ci fidiamo. In Cina i pomodori vengono prodotti con metodologie e medicinali vietati da 30 anni in Italia. Questo è tutto legale, alla faccia di chi si nutre di quelle schifezze e alla faccia degli agricoltori italiani che investono e producono nel totale rispetto delle leggi per poi svendere i propri prodotti.

Altro esempio che mi piace ricordare è quello dei grandi marchi italiani di altissima moda, che commissionano la produzione dei loro preziosissimi capi di abbigliamento ai cinesi, che nelle varie periferie italiane, lavorano come droidi per rifornire le boutique dei ricconi. Insomma è questa la realtà in cui siamo costretti a muoverci. Ma cosa si può fare per risolvere questa situazione? Cosa si può fare per dar vita finalmente al Made in Italy vero e proprio?

Per me Made in Italy vuol dire che un bene, una merce, un prodotto, è stato completamente lavorato in Italia. Tutti i passaggi produttivi devono essere svolti sul suolo italiano, nelle fabbriche italiane, con le materie prime italiane. Purtroppo chi ci governa ha una concezione diversa dell’italianità. Infatti, per loro basta che l’ultimo passaggio produttivo sia fatto in Italia e già si parla di Prodotto Italiano e i miei esempi precedenti vi rendono l’idea di tutto questo.

Perché chi ci governa, a livello nazionale e a livello europeo, tutela una incoerenza del genere? A chi conviene mantenere e tutelare questa situazione così fatta? Alla Barilla? Alla Cirio? Alla Granarolo? Alle griffe della moda? Perché chi ci governa consente elevati extra profitti a questi delinquenti? Forse perché parte di quei profitti viene “investito” nelle loro campagne elettorali? Qualcuno potrebbe dire che questa è la politica. Io pretendo un’unica cosa: un regolamento europeo per dare finalmente una disciplina equa, coerente ed onesta a questa materia davvero importante.

Serve un’etichettatura che individui esplicitamente e dettagliatamente la provenienza delle materie prime utilizzate, delle normative rispettate, quanta energia è stata consumata, quanto inquinamento è stato prodotto, tutte le aziende che hanno partecipato alla creazione di quel prodotto e tutte le notizie utili al consumatore per poter scegliere consapevolmente . Le asimmetrie informative sono il male assoluto della nostra economia e sono tra le prime cause del continuo crescere delle disparità economiche, tra ricchi che diventano sempre più ricchi e poveri che impoveriscono ancor più.

La situazione dei fiumi, dei laghi, delle dighe, dei mari lucani, la conosciamo molto bene e molte volte su questo blog ne abbiamo parlato spesso e con molta rabbia, sapendo che i responsabili di gravi inquinamenti sono ancora impuniti e i loro scempi sono pronti per essere assorbiti da noi lucani, che viviamo la nostra terra. Giusto qualche dato per rendere l’idea: 150 mila abitanti, il 25,3% dei lucani è senza un servizio di depurazione, ciò vuol dire che i liquami prodotti da questi cittadini vengono sversati in qualche pozzo nero o in qualche terreno privato o in qualche torrente, il tutto poi rigorosamente nei fiumi e nei mari. Il 28% degli impianti di depurazione lucani non è operativo, ci sono, ma non funzionano, per mancanza di risorse, per mancanza di personale, per mancanza di convenienza, per mancanza di attenzione.

Insomma, abbiamo capito chi è il principale responsabile dell’inquinamento territoriale lucano:  è la depurazione inefficiente e quindi insufficiente, soprattutto nel periodo estivo, con l’arrivo dei turisti e l’aumento di residenti nei nostri paesi. Siamo di fronte ad una gestione complessivamente deficitaria. L’Acquedotto lucano ha ormai 8 anni d’età e di esperienza, riesce a tamponare, ma non a sopperire alle numerose e dispersive esigenze dei cittadini lucani. Potrebbero dire quelli dell’Aql: “noi siamo pochi, la regione è grande, le risorse sono poche, fateci lavorare”. Lo dicono un po’ tutti e la scusa è credibile, ma come sempre si potrebbe fare di più.

Ecco a voi un piccolo esempio tutto lucano: un fitodepuratore costruito nel 1997 e mai entrato in funzione, e poi risistemato dall’Aql e ora perfettamente funzionante, dal 2006. È situato alla foce del fiume Cavone e depura i reflui del comune di Pisticci e di altri piccoli centri abitativi sempre nel pisticcese. Alcuni di voi potrebbero chiedersi: ma cos’è un fitodepuratore? Il nome dice tutto: si utilizzano le piante, soprattutto autoctone, per depurare l’inquinamento umano. Le piante e gli organismi che vivono in questo nuovo ecosistema si nutrono dell’inquinamento, come se fosse vero e proprio concime.

Ecco cosa ho trovato sul web, su una ricerca di Patrizia Casarini dell’Arpa Lombardia: “In pratica, si tratta di una zona umida costruita, in cui il suolo è mantenuto costantemente saturo d’acqua e consiste in un bacino poco profondo, impermeabilizzato ove necessario, riempito con un idoneo substrato e vegetato con piante acquatiche.” E ancora: “L’impianto di fitodepurazione rappresenta quindi un’alternativa alla depurazione tradizionale, rispetta l’ambiente ed è vantaggiosa dal punto di vista economico (v. risparmio di energia elettrica, in un’ottica di sviluppo sostenibile, limitati costi di gestione) ed ambientale (miglior impatto sul paesaggio, eliminazione di trattamenti di disinfezione).” E dulcis in fundo: “Tali trattamenti si prestano, per gli insediamenti di maggiori dimensioni con popolazione equivalente compresa tra i 2.000 e i 25.000 abitanti.

La fitodepurazione non può essere utilizzata per qualsiasi occasione, ma per la gran parte delle realtà antropiche della Basilicata sì. Siamo di fronte ad una tecnologia che necessita di bassi investimenti iniziali, di bassi costi di gestione, di assenza totale di consumo energetico. I limiti di questo impianto sono la necessità di ampie superfici su cui istallare il bacino artificiale e il fatto che è una tecnologia non adattabili a zone con quote molto alte e con climi freddi. Insomma la fitodepurazione è fatta su misura per la nostra regione. Naturalmente però i fitodepuratori servono per combattere possibili scempi ambientali e per abbassare di molto l’inquinamento dei nostri fiumi e mari, ma la loro presenza sul territorio, non deve far abbassare la guardia sulla prevenzione delle situazioni inquinanti. Io proporrei di costruirne un fitodepuratore ad ogni foce dei nostri fiumi, uno a monte di ogni nostra diga (si veda la situazione della Diga del Pertusillo)e uno per ogni comune lucano. Si parla di 150 fitodepuratori, di varie dimensioni. Per ora la Basilicata ne ha uno solo, e l’Italia una decina o poco più, anche se molti cittadini stanno affiancando la loro abitazione con questa stupenda struttura, del tutto naturale. Questa è la strada giusta.

Una soluzione a tutti i veti e a tutti i cavilli italiani.

L’Italia è un Paese con un forte deficit energetico, senza contare la grave carenza di risorse naturali. Tutto ciò rende l’Italia succube delle scelte energetiche ed industriali di altre nazioni, soprattutto della Francia. E allora, in questa situazione economicamente tragica, si inserisce il mio ragionamento, per alcuni versi fantasioso. L’idea è semplice. Noi (come Paese-Italia) compriamo una centrale nucleare bella e pronta, già in produzione o di nuova costruzione, in territorio estero e confinante, e poi trasportiamo tutta l’energia nel nostro territorio. Un’altra possibilità è quella di chiedere alla Stato estero la concessione per costruirne una noi, sul loro territorio. Oppure ancora, la più praticabile, chiediamo la totale energia prodotta dalla centrale. Noi ci mettiamo solo i soldi. Non mi sembra un ragionamento eretico, basta la firma di un trattato bilaterale.

In più il nostro Governo ha intenzione di costruire 3 centrali nucleari sul suolo italiano. Io gliene propongo 5, in terra straniera: una in Francia, per rifornire di energia il Piemonte e la Liguria, una in Austria o in Svizzera, per alimentare le necessità energetiche della Lombardia, un’altra centrale in Slovenia, per i consumi del Nord-Est, una in Tunisia per la calorosa Sicilia e l’ultima in Albania, per la Puglia. Insomma, ci circondiamo di centrali nucleari, come se non lo fossimo già. Ci sarebbe anche un’altra scelta di riserva: la Corsica. Naturalmente non sto facendo i conti con gli osti, i francesi, gli sloveni, gli austriaci, gli svizzeri, i tunisini e gli albanesi, ma si sa, tutti hanno un prezzo.

Il problema delle risorse economiche non sussiste, il Governo ha stanziato risorse per costruite le nuove centrale nucleari, che ci sono e che potrebbero essere dirottate su questo mio progetto. Il problema delle distanze delle centrali dai futuri consumatori non fa parte del mio esempio, perché stiamo parlando di impianti a pochi chilometri dall’Italia e poi la tecnologia aiuta sempre, in questi casi, ad abbattere possibili sprechi dovuti al trasporto dell’energia. Per quanto riguarda i lavoratori da impiegare nelle opere del caso, credo che si debba privilegiare la manodopera locale, condizione che sarà sicuramente richiesta dalle nostre controparti. E poi potremmo anche liberarci del grave ed irrisolto problema delle scorie radioattive, derivanti dal processo produttivo. Potremmo, pagando, chiedere al paese ospitante la centrale, di provvedere al conseguente smaltimento. Anche se su questo tema molte altre questioni si affacciano, conosciute soprattutto alla malavita organizzata, che smaltisce rifiuti radioattivi nei fondali dei nostri mari. Lascio il resto delle possibili clausole pattizie alla vostra immaginazione e potrebbero essere davvero tante.

In bella mostra, al bivio tra la Ss 598 e la Ss 106, c’è un enorme edificio, composto da sei strutture identiche. Ognuno di esse è composto da una parte anteriore costruita su più piani, forse da adibire ad uffici, e un’ampia scala; da una parte posteriore costituita da un enorme e unico locale, senza pilastri centrali. Il tutto senza muratura né interna e né esterna. Un immenso scheletro di cemento grigio, lì da decine d’anni ormai. Io non conosco la storia dell’edificio, i proprietari, le vicende, sono troppo giovane.

Sicuramente siamo di fronte ad un immobile oggetto di procedimento giudiziario. Ma è davvero uno spreco vederlo lì, inutilizzato, senza vita, nella zona artigianale di Scanzano Jonico, ad aspettare un qualcosa, che forse non verrà. Insomma ancora uno spreco di risorse economiche per costruirlo, di impegno giudiziario e di suolo destinabile ad attività redditizie. Ammesso pure che ci siano problemi giudiziari, o altri gravissimi problemi, ma non si può far nulla per utilizzarlo? L’amministrazione comunale non può fare niente? Non può espropriarlo? Non può intimare ai proprietari di impegnarsi per risolvere questo problema?

L’edificio potrebbe benissimo essere utilizzato per svolgere qualsiasi attività: commerciale, artigianale, industriale. Un’immensa struttura abbandonata a se stessa, senza avere una destinazione utile alla società e alla ricchezza del territorio. Sarebbe un vero peccato doverlo demolire. E poi è un “ottimo” biglietto da visita da presentare a tutti i turisti che arrivano sulla costa ionica: vedersi un mostro del genere, in tutta la sua immensità, beh, fa sempre il suo effetto.

È notizia di qualche giorno fa: Montalbano Jonico e Montescaglioso sono i comuni lucani che differenziano i rifiuti in percentuali altissime e che, ogni anno, ricevono ambiti premi consegnati da illustri organizzazioni ambientaliste nazionali. Questi due Comuni contendono le prime posizione, nelle varie classifiche stilate, ai borghi dell’Italia Settentrionale, sempre assoluti vincitori in questa particolare disciplina. Record in Basilicata, record nel Sud Italia, record nel tempo impiegato per compiere questa impresa. Insomma siamo di fronte ad un’ottima iniziativa, portata avanti dalle amministrazioni comunali e che hanno comportato enormi benefici per l’ambiente e soprattutto per le tasche dei cittadini, con considerevoli diminuzioni della Tarsu, sia sulle abitazioni che sulle attività commerciali e anche sullo smaltimento di calcinacci dell’edilizia, elettrodomestici, rifiuti ferrosi e tanto altro ancora.

Ma questo stupendo sistema non è completamente adattabile alla mentalità consumista e sporcacciona di alcuni meridionali, troppo chic per seguire le regole che segue la plebe e troppo ignoranti per capire da che parte va il futuro. Il meccanismo di raccolta differenziata è semplice: si ricevono sacchetti di colore diverso in cui inserire i vari rifiuti prodotti. Durante la settimana i netturbini raccolgono i sacchetti nelle strade del paese e tutti i cittadini hanno il calendario che indica loro quale rifiuto verrà raccolto in quel determinato giorno. I cittadini  non devono far altro che buttare i loro singoli rifiuti, non in un sacchetto, ma in differenti sacchetti di colore diverso, in secchielli diversi (anche una scimmia ceca riuscirebbe), e poi scendere in strada la mattina tra le otto e le dieci, e lasciare il proprio sacchetto, a seconda del giorno della settimana.

Ci sono delle regole supplementari per disincentivare l’indifferenziazione dei rifiuti. Se un cittadino produce più rifiuti indifferenziati del dovuto che cosa succede? Si paga molto di più per ogni quantitativo di rifiuto indifferenziato prodotto. Però questo meccanismo, da noi, non funziona, perché c’è parecchia gente (se così si può chiamare) che invece di pagare questo surplus di tassazione, preferisce gettare nelle campagne circostanti, nei dirupi, nei tanto amati calanchi, nelle cunette lungo le strade, nei boschi, nelle pinete, nei fiumi, le proprie buste di spazzatura, che poi nessun vigile o netturbino raccoglierà o denuncerà.

Non è bello essere Comune riciclone e poi avere le campagne piene di buste di spazzatura e di rifiuti ingombranti: televisori, frigoriferi, lavatrici, tutto in bella vista sui cigli della strada e nelle piazzole di sosta a dare il benvenuto ai turisti. Uno spettacolo non degno di un Comune riciclone. Ma come si potrebbe risolvere questo problema? Si potrebbe aumentare la soglia massima di rifiuti indifferenziati per nucleo famigliare; si potrebbe mettere uno o due cassonetti temporanei per questi evasori; si potrebbe raccogliere questi rifiuti lì dove sono stati gettati e non farli imputridire al sole. Ma sono cosciente che queste soluzioni comportano un passo indietro rispetto al rigore del progetto e quindi un cedimento di fronte alla gentaccia che non ha rispetto per niente e per nessuno, figuriamoci per l’ambiente e per l’onestà e l’impegno dei loro compaesani. Il tutto per non pagare una sovrattassa o per non fare affatto la raccolta differenziata.

Quale tecnica sociologica e amministrativa si potrebbe applicare contro questi vandali delinquenti, senza cedere al loro terrorismo dei rifiuti? Si potrebbero schedare tutti i cittadini con le impronte digitali e poi riscontrarle sui rifiuti trovati per le strade… oppure chiamiamo direttamente i Ris… Scherzo fantasticando possibili soluzioni, ma spero vivamente in un cambio di rotta della popolazione eversiva. Una soluzione alla fine ci sarebbe pure: più controlli. Più controlli durante la raccolta, segnandosi su appositi registri pubblici i cittadini che non consegnano mai i rifiuti o che ne consegnano troppi pochi. Più controlli su territorio. Più coinvolgimento degli altri Comuni limitrofi e della Provincia di Matera.  Non voglio una Basilicata come Napoli.

È ormai visibile a tutti il susseguirsi di continue speculazioni finanziarie. I grandi investitori e fondi sovrani cercano e creano ad hoc delle vere e proprie bolle finanziarie su cui speculare e guadagnare esponenzialmente. Ma altri tipi di speculazione e furti veri e propri, si verificano e si ripetono tutti giorni, sotto il nostro naso. Esempio lampante è la gestione dei distributori di carburanti. Quello del petrolio è apparentemente un mercato aperto. Oligopolio che poi si rispecchia nella distribuzione dei suoi derivati. Le compagnie petrolifere si accordano tacitamente, tenendo i prezzi alti, profittando milioni di euro con un solo centesimo in più sul prezzo alla pompa. Assenza di concorrenza, di trasparenza, di onestà nel modo più assoluto. Anche i controlli mancano.

Anche a Tursi c’è una situazione-tipo in microscopica dimensione. Un unico distributore di carburanti sulla strada di accesso al paese, la Sp 41, a pochi chilometri dall’abitato. Un unico gestore che applica prezzi fuori dalla realtà, senza alcuna giustificazione. Eccoli: 1,429 euro per un litro di benzina e 1,279 euro per uno di gasolio. Prezzi che, se paragonati ad un altro distributore, dimostrano tutta la malafede di che li decide. Infatti, ad una pompa sulla SS 598, precisamente a Caprarico, frazione di Tursi, i prezzi per la benzina e il gasolio sono rispettivamente 1,379 e 1,229 euro. E tutti potranno constatare che i prezzi dei carburanti restato su questi ultimi livelli anche in altre aree di servizio.

Io ho voluto fare due conti. Facciamo un esempio: un automobilista fa il pieno di benzina alla propria auto, circa 40 litri, ogni settimana, per tutto l’anno. Sapete quanto gli costa all’anno quello 0,05 euro a litro di benzina di differenza tra il primo gestore preso ad esempio ed il secondo? 104 euro. E sapete quanto vale quello 0,05 euro a litro in più sul gasolio, sempre per un pieno di 40 litri? Ancora 104 euro. Anche questi sono dati importanti, ma non molto significativi ed esemplificativi della realtà che voglio mostrarvi. Io voglio continuare i miei conti matematici per capire quanto denaro guadagna in più del dovuto il gestore del distributore di Tursi.

Ipotizzando che mille automobilisti fanno rifornimento di benzina e altri mille di gasolio. Sapete quanto vale l’extraprofitto? 200.000 euro all’anno, che finiscono direttamente nelle tasche di chi gestisce la pompa. Insomma è una specie di furto tacito eseguito ai danni di tutti i clienti. Furto giustificato da quale motivazione astrofisica? O da quale ragionamento criptico? Qualsiasi possibile giustificazione sarebbe il palese avvalorare della mia tesi: assenza di concorrenza (il più vicino distributore di carburanti è a 15-16 chilometri), malafede del gestore (dedito al profitto puro e crudo che immediatamente alla sera si ficca in tasca), passaggio obbligato di tutti gli automobilisti di Tursi. Tutte le altre motivazioni sono vere e proprio stupidaggini. Cosa si può fare? Bisogna cambiare distributore di fiducia. Bisogna denunciare questo obbrobrio legalizzato. Anche il Comune di Tursi potrebbe fare qualcosa.

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