settembre 2010


Esattamente tre settimane fa, telecamere e occhi degli italiani erano puntati su di una piccola cittadina emiliana, Mirabello, annualmente alla ribalta per la consueta e ormai storica festa Tricolore.

Ieri, invece, assistevamo, dopo una giornata di smentite, coronamento ed epilogo di giorni di accuse e difese, ad un video, che aveva come protagonista nuovamente Fini, sicuramente il leader più discusso del momento.

I toni di sempre, i modi di sempre e – ahimè – le polemiche di sempre. Perché, sinceramente, quello che più colpisce è che dopo mesi e mesi ancora ci si ostini a continuare su una linea di sola eristica e litigio. Mentre paradossalmente interi teatri e stabilimenti artistici, fiore all’occhiello italiano, sono costretti a chiudere i battenti temporaneamente o per sempre, si sta mettendo su e continuando sine die uno spettacolo indecente a cui siamo chiamati come spettatori inermi, impotenti e per di più obbligati. Si sta infatti trascinando avanti un complesso teatrino della politica che di costruttivo e dignitoso non ha nulla. Benchè cori unanimi e situazioni di lampante disagio sociale stiano emergendo ogni giorno di più, come pomodori lanciati dallo spettatore più deluso e amareggiato, gli attori e i burattini sono sempre gli stessi a riempire un palinsesto noioso e turpe.

Passando in rassegna quelle che sono le notizie più importanti, che invece sono ormai messe al secondo piano, ci accorgiamo di un Paese che rotola, di una famiglia che si disgrega, di una società che languisce, di una moribonda (metaforicamente parlando) popolazione, costretta a subire lo smacco di chi, incurante e testardo, porta avanti calunnie e personalismi. Smacco che prende origine anche da un ostentare l’inesistente e un celare la realtà, chiara strategia che potrebbe andar bene solo per una campagna pubblicitaria. Peccato però che l’Italia non sia un prodotto da svendere, se non nel grande mercato globale della competitività e della crescita, che ci vede da troppo tempo assenti. Continuare a dire che è solido il Governo, che esso è un Governo del fare, che la situazione economica e sociale italiana è brillante rischia solo di acuire le tensioni e le urla di protesta, pervenute anche da una concitata Marcegaglia.

A tutto ciò si aggiunge anche il vittimismo di chi, pur avendo fino a poco tempo fa accusato magistratura e opposizione di giustizialismo inconcludente, porta avanti con testate e battaglie mediatiche una lotta di lunga data.

Dopo tutto queste riflessioni ne consegue una spontanea e fondamentale, sempre ricollegata al video del presidente della Camera. Mi riferisco all’appello, che forse egli lanciava come uomo e non come terza carice dello Stato, come cittadino e non come leader politico, ovvero quello di abbassare i toni, di placare i bollenti animi per sedersi al tavolo della crescita, del confronto, del dialogo, ormai lontana utopia. Forse l’appello ormai risulta monotono e ripetitivo, forse quelle parole non fanno più effetto alle orecchie di chi purtroppo è chiamato a riascoltarle giorno per giorno, ma non c’è nulla di più prioritario e importante, nulla che possa aver più valore.

A fronte di tutto ciò rivolgiamo la nostra speranza al futuro, ancora offuscato e incerto. Ripensiamo ai giovani, agli adulti, agli anziani, che devono trovarsi faccia a faccia con disoccupazione, difficoltà economiche, problemi quotidiani, scuole depredate, strade piene di facinorosi e rifiuti, ospedali spesso inadempienti, trasporti scadenti, tasse soffocanti, giustizia assente e molto altro.

Quando si tornerà a parlare di tutto questo non servirà più l’abaco o il pallottoliere parlamentare, non servirà più la caccia al tesoro, né la disperata campagna acquisti. A quel punto infatti tutti i responsabili saranno felici di sostenere la vera politica, i veri problemi, i veri sostegni, di cui pochi ne parlano, inascoltati, da troppo tempo.

Francesco Scavone

Annunci

Dopo le terribili mareggiate invernali, la spiaggia del lido di Metaponto, fu risistemata nel giugno scorso per accogliere i turisti estivi. Un ripascimento artificiale costato parecchio e che ha modificato l’assetto naturale della spiaggia. Restava comunque un intervento doveroso per non uccidere le strutture ricettive del luogo. Dopo un estate gioiosa, energica, aggressiva e piena di soddisfazioni, tra qualche mese arriverà l’inverno e sarà ovvio aspettarsi nuove mareggiate e nuove erosioni della costa.

Bisogna capire che l’erosione è un fenomeno normale. Normale perché è nelle norma delle cose. Le regole della fisica dichiarano espressamente che si tratta di eventi naturali che sono sempre esistiti. La natura è fatta di equilibri e nel nostro caso, l’altro fenomeno che dovrebbe contrastare l’erosione delle coste è l’apporto continuo di detriti fluviali a causa dell’erosione del territorio interno della nostra regione. Le dighe e gli sbarramenti hanno bloccato questo naturale defluire dei fiumi e l’equilibrio si è spezzato.

Dal 1930, la costa ionica ha guadagnato terreno rispetto al mare, circa 432 ettari, cioè 4.320.000 metri quadrati di nuovo terreno si è aggiunto alle precedenti coste. C’è stato un avanzamento di 40 metri a Metaponto, 180 a Scanzano, 300 a Nova Siri e 350 a Policoro. Perché? Perché l’apporto di detriti dai fiumi era maggiore rispetto al fenomeno dell’erosione marina delle coste. Ora però la tendenza si è invertita: prevale l’erosione marina rispetto al continuo defluire dei fiumi. Il geometra Nicola Bonelli di Tricarico, lo diceva già più di 10 anni fa e continua a ricordarcelo.

L’erosione però ha un ottimo alleato: l’uomo, i suoi comportamenti e le sue costruzioni. Infatti tra le cause dell’erosione c’è la forte vicinanza alla battigia delle strutture ricettive turistiche, che si riduce a pochi metri durante le mareggiate. Il lungomare costruito per dividere la spiaggia dagli edifici è il vero colpevole. Tra qualche anno la forza del mare lo distruggerà. E poi passerà alle case, agli alberghi, alle strade a i marciapiedi. Insomma una vera e propria distruzione, sempre più rapida con il passare del tempo. Il tutto si fermerà, quando finalmente la forza del mare non avrà dato una forma “arrotondata” e univoca all’intera costa ionica lucana, eliminando, erodendoli, tutti gli ostacoli, cioè quando le foci dei fiumi lucani saranno allineate al resto della costa. È del tutto naturale e tutto normale. È emblematico il caso della foce dell’Ofanto che è arretrato di parecchie centinaia di metri.

Quale il futuro? L’erosione continuerà e graverà ancor più sulla costa. Quale la soluzione? Barriere artificiali? Naturali? Distruzione delle dighe a monte? Io non sono un esperto e non ho le competenze per azzardare ipotesi. Dico solo che quello che è accaduto al lido di Metaponto deve essere da monito a tutta la costa ionica lucana. Infatti l’erosione da decine di anni minaccia la foce del Sinni, ma ben presto anche quella dell’Agri. Insomma il futuro è questo e non basta tamponare, risistemare la spiaggia ogni primavera prima che arrivino i turisti, per poi ritrovarsi punto e a capo la primavera successiva. Il modo migliore e meno costoso per risolvere i problemi è prevenirli. Studi universitari finanziati con soldi comunitari e promossi dalla Regione Basilicata, hanno raccolto dati sul fenomeno e presto si inizierà la costruzione di barriere sommerse sul fondale marino antistante le spiagge metapontine. Spero solo che possa essere la soluzione migliore. Anche se l’erosione continuerà, forse altrove, ma continuerà.

Solo perché è il secondo mestiere più antico del mondo, dobbiamo tenercelo? “Non è possibile che l’incolumità di cittadini e turisti venga di continuo messa a rischio da una minoranza di cittadini che, armata di doppiette, fa strage del patrimonio faunistico degli italiani. Tutti gli incidenti confermano quanto l’attività venatoria non sia solo anacronistica e crudele ma anche molto pericolosa.” È quanto dice il Ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, che trova il mio pieno consenso.

Numeri che dicono tutto: dal 2 settembre 2009 al 31 gennaio 2010 ci sono stati 23 morti ammazzati e 53 feriti (io li chiamerei quasi-morti). 76 persone sono un numero elevatissimo. Sarebbe elevato (per me) anche un solo morto o un solo ferito. In Italia ci sono circa 700 mila cacciatori che ogni anno ammazzano a destra e a sinistra, ovunque trovano un parcheggio per le auto, qualsiasi cosa che si muova. Sparano anche i falchi e i corvi, per allenarsi.

I cacciatori sono degli assassini e non solo di animali, come dimostrano le 23 vittime. E poi qual è il motivo che spinge questi signori ad armarsi e partire per distruggere qualsiasi forma di fauna? Il divertimento? Lo sport? L’agonismo? L’aria aperta e le scampagnate? Se fossero queste le motivazioni, credo che si sarebbe di fronte ad una massa di assassini che uccide per futili motivi. Se volessero fare tutte quelle cose, le potrebbero fare anche con una macchinetta fotografica o come fanno tutti gli altri cittadini. E se proprio vogliono spaccarsi i timpani con le fucilate, che andassero al poligono.

Sottoscrivete anche voi il manifesto “La Coscienza degli animali” già sottoscritto da 115 mila persone, tra cui il ministro Brambilla, l’oncologo Veronesi, il direttore Feltri, il grande Renato Zero, e tanti altri ancora. Altro numero significativo: l’83% degli italiani è contrario alla caccia e vorrebbe abolirla. Perché non si ascolta la voce della stragrande maggioranza della popolazione? Nell’Inferno di Dante non c’era posto per i cacciatori, ma io li inserirei ora. Per la legge del contrappasso, sarebbero tutti lì, con i fucili in mano a spararsi l’un l’altro e a nutrirsi come cannibali delle proprie vittime.

Essere cacciatore crea nella propria testa una terribile convinzione: essere superiori a qualunque animale, compreso l’altro uomo. Con un fucile in mano si diventa come dei droidi. L’uccidere deforma la propria umanità, la propria coscienza, la propria mentalità. L’uomo si è evoluto, ha ideato tecnologie per nutrirsi e non deve più uccidere animali selvatici. La caccia non ha più senso in Italia e nel mondo civilizzato.

Io mi chiedo: perché hanno fatto tanto per reinserire sul territorio le varie specie estinte (cinghiali, lupi, mufloni, quaglie, lepri comuni e tanto altro ancora) per poi sparale ancora? Solo per portare nuova carne nei piatti dei cacciatori o dei ristoranti, che anche illegalmente, da essi si riforniscono. Molti cacciatori giustificano la propria esistenza con il fatto di dover ripulire le campagne dagli animali che distruggono le coltivazioni. Ci sto! Ma per fare questo non c’è bisogno di sparare di tutto e di più, giorno e notte, per 6 mesi ininterrottamente. Se ci sono animali selvatici che disturbano l’agricoltura, o si dà licenza all’agricoltore di sparare, o si autorizza alcuni cacciatori ad intervenire su chiamata dell’agricoltore.

E poi facendoci due conti, perché non sfruttare a nostro favore la grande passione che questi cacciatori hanno per l’assassinio. Si potrebbero aumentare le tasse che i cacciatori sono costretti a pagare, anche di 200 euro a cacciatore, che moltiplicato per 700 mila, fa 140 milioni di euro da spendere per creare zone protette e ricreare faune e flore distrutte da questi mostri e risarcire le vittime civili della caccia. Se proprio non si può abolire la caccia, perché non la si rende eccessivamente onerosa? È un buon modo per dissuadere i meno convinti e per profittare sugli irriducibili.

A parte la contraffazione vera e propria (l’Italia è il terzo produttore mondiale di merci contraffatte, dopo Cina e India), legalizzata di fatto, perché i controlli sono davvero misera cosa di fronte all’immensità del malaffare che si nutre sulla merce falsa, in Europa è presente una presa per i fondelli a carico dei consumatori e di tutti i cittadini onesti. Sto parlando del processo industriale che sforna ogni giorno migliaia di prodotti Made in Italy, ma le cui materie prime non sono affatto italiane.

Non c’è migliore esempio di questo: la produzione di derivati del pomodoro (pelati, salse, concentrali, ecc.) avviene su prodotto importato dalla Cina dentro grossi fusti, acquistati dai grandi marchi italiani e poi imbottigliati e inscatolati sotto i nomi illustri dell’industria italianissima di cui noi tutti ci fidiamo. In Cina i pomodori vengono prodotti con metodologie e medicinali vietati da 30 anni in Italia. Questo è tutto legale, alla faccia di chi si nutre di quelle schifezze e alla faccia degli agricoltori italiani che investono e producono nel totale rispetto delle leggi per poi svendere i propri prodotti.

Altro esempio che mi piace ricordare è quello dei grandi marchi italiani di altissima moda, che commissionano la produzione dei loro preziosissimi capi di abbigliamento ai cinesi, che nelle varie periferie italiane, lavorano come droidi per rifornire le boutique dei ricconi. Insomma è questa la realtà in cui siamo costretti a muoverci. Ma cosa si può fare per risolvere questa situazione? Cosa si può fare per dar vita finalmente al Made in Italy vero e proprio?

Per me Made in Italy vuol dire che un bene, una merce, un prodotto, è stato completamente lavorato in Italia. Tutti i passaggi produttivi devono essere svolti sul suolo italiano, nelle fabbriche italiane, con le materie prime italiane. Purtroppo chi ci governa ha una concezione diversa dell’italianità. Infatti, per loro basta che l’ultimo passaggio produttivo sia fatto in Italia e già si parla di Prodotto Italiano e i miei esempi precedenti vi rendono l’idea di tutto questo.

Perché chi ci governa, a livello nazionale e a livello europeo, tutela una incoerenza del genere? A chi conviene mantenere e tutelare questa situazione così fatta? Alla Barilla? Alla Cirio? Alla Granarolo? Alle griffe della moda? Perché chi ci governa consente elevati extra profitti a questi delinquenti? Forse perché parte di quei profitti viene “investito” nelle loro campagne elettorali? Qualcuno potrebbe dire che questa è la politica. Io pretendo un’unica cosa: un regolamento europeo per dare finalmente una disciplina equa, coerente ed onesta a questa materia davvero importante.

Serve un’etichettatura che individui esplicitamente e dettagliatamente la provenienza delle materie prime utilizzate, delle normative rispettate, quanta energia è stata consumata, quanto inquinamento è stato prodotto, tutte le aziende che hanno partecipato alla creazione di quel prodotto e tutte le notizie utili al consumatore per poter scegliere consapevolmente . Le asimmetrie informative sono il male assoluto della nostra economia e sono tra le prime cause del continuo crescere delle disparità economiche, tra ricchi che diventano sempre più ricchi e poveri che impoveriscono ancor più.

Conosciamo molto bene l’attenzione che la Regione Basilicata ha nei confronti dei lavoratori dipendenti, soprattutto di quelli che accettano di subire il trattamento clientelare e poi, di conseguenza, ricambiano il favore ricevuto con il voto alle successive elezioni. Insomma un rapporto simbiotico che è tremendamente forte tra i dipendenti pubblici e i politici che hanno peso nei palazzi di Potenza. Un’assunzione può cambiare la vita in Basilicata. Uno stipendio può reggere una famiglia e garantire il futuro. Mille, mille e cento euro netti al mese riescono a zittire qualsiasi coscienza lucana e qualsiasi spirito critico, nascondendo tutto nell’ipocrisia più assoluta.

Ma quello che è accaduto al dibattimento del processo che vede 31 imputati per falso e truffa aggravata ai danni dell’Unione Europea, tra cui 21 pseudo imprenditori agricoli, un geometra libero professionista e 9 funzionari pubblici che gestivano le pratiche, ha fatto nascere in me qualche dubbio. Ma cosa hanno fatto questi 31 individui? Lo stratagemma dovrebbe essere questo: gli agricoltori dichiaravano di coltivare terreni fintamente in affitto oppure del tutto falsi con ampiezze dei terreni del tutto inventate. Il geometra seguiva gli agricoltori e i funzionari assicuravano alla banda l’assenza di controlli e il rilascio dei verbali necessari per proseguire la pratica.

La Regione Basilicata si è costituita in giudizio solo contro gli agricoltori e il geometra, ma non contro i funzionari pubblici, dichiarando implicitamente la loro innocenza, almeno per quanto riguarda il giudizio della Regione. Insomma ci sono 22 colpevoli e 9 innocenti? 22 privati e 9 pubblici dipendenti? 22 presunti truffatori e 9 agnellini in preda ai lupi della frode? La favoletta non regge in piedi. I 22 presunti colpevoli, per compiere indisturbati il loro progetto, dovevano avere assolutamente un appoggio dei funzionari. Comunque sarà il giudice a decidere le eventuali colpe e i risarcimenti. Ma il tutto potrebbe risolversi con una giustissima condanna dei fantomatici agricoltori e del geometra e un’assoluzione piena, non tanto giusta, dei funzionari. E se poi gli agricoltori volessero condividere il risarcimento dovuto con i funzionari, si dovrebbe aprire un nuovo procedimento giudiziario, che durerebbe troppo tempo per evitare il totale risarcimento. Insomma gli agricoltori non potrebbero rivalersi in tempo ed efficacemente contro i funzionari, loro colleghi nella presunta frode.

Perché la Regione ha fatto una cosa del genere? Davvero ritiene innocenti sulla parola, i 9 funzionari del Dipartimento Agricoltura? Possibile che 22 privati, alquanto maldestri, abbiano eluso i controlli dei funzionari pubblici dediti al controllo? Allora se non c’è concorso di colpa, c’è la negligenza, il mancato controllo, che resta sempre colpa, o l’incapacità di compiere efficacemente il proprio dovere. Possibile che degli individui non agricoltori, cioè senza le dovute certificazioni del loro stato, riescono a presentare richieste per ricevere finanziamenti dall’Unione Europea, su terreni fasullamente presi in affitto, dove non corrispondono gli ettari e dove c’è stato il primo caso in Italia di contratti di affitto unilaterale? Davvero oltre la fantascienza e l’immaginazione. Dubbi a cui la Regione non risponde e che continua a inficiare con comportamenti al limite della decenza.

Da molti giorni le pagine dei quotidiani lucani e nazionali sono infuocate da polemiche e dichiarazioni, da riflettori tutti puntati sull’ennesima morte innocente. Ci riferiamo a quanto successo lo scorso mercoledì all’Ospedale Giovanni Paolo II di Policoro, dove nelle prime ore della mattina, dopo un notturno parto gemellare effettuato con taglio cesareo, moriva una giovane donna di soli 32 anni, oserei dire colpevole solamente di aver dato alla luce due piccoli bambini.

A poche ore dall’accaduto non sono mancati accesi dibattiti che hanno visto protagonisti in primis la famiglia della donna e i due medici, che hanno operato durante il parto. Anche nei più comuni palinsesti televisivi sono stati inseriti spazi dedicati a quello che è l’ennesimo caso di malasanità dilagante nel Paese, che, dopo le liti in sala operatoria e i ritardi nel soccorso, verificatesi con spiacevole frequenza in tutta Italia, sembra non volersi più arrestare.

Molti chiedono solo che venga fatta luce sull’accaduto e sui moventi, in attesa anche delle ispezioni regionali e ministeriali, altri invece cercano di schermirsi avanzando l’aspetto dell’emorragia inarrestabile e funesta. Ma, aldilà delle varie parti, vogliamo focalizzarci sulla struttura ospedaliera in questione che, pur desiderosa di porsi come terzo polo della sanità lucana, sembra arretrare sulle proprie posizioni anche a fronte di altri casi, tutti di questa estate, che hanno fatto discutere per la frequente mancanza di un servizio di ambulanza e per il comportamento di parte del personale.

Con questo però sarebbe anche opportuno fare le dovute eccezioni, separando le pecore nere da invece colore che diligentemente e professionalmente svolgono quotidianamente il proprio lavoro. Sarebbe opportuno anche spendere qualche parola a favore degli inviti ultimi di questi giorni, con i quali si cerca di stigmatizzare la tecnica del parto cesareo a favore di quello naturale, poiché, pur essendo il primo  rimedio spesso inevitabile, è diventato ormai una consuetudine lucrosa per pochi ma rischiosa per molti.

La nostra vicinanza si rivolge però verso i due neonati che, ancora ignari di ciò che accade loro intorno, anche se lontani dalle braccia materne che mai più avranno la fortuna di incontrare, sono chiamati a crescere tra mancanze e sacrifici. Ci rivolgiamo anche ai cari della donna, della giovane donna trentenne, perché non siano solo nomi da aggiungere alla lunga lista di parenti colpiti e inascoltati, feriti e senza giustizia, ma sappiano trovare in questa difficile congiuntura la strada per affrontare avversità e controversie, con lo stesso coraggio di Rosalba, madre che resterà per molti emblema di una maternità spezzata, di un amore lontano, a danno delle due vite che hanno trionfato.

Abbiamo un sistema sanitario tra i migliori al mondo, moderno, ma soprattutto universale e pubblico. Non permettiamo che il marcio prevalga sullo spirito di buona volontà o che questi eventi spiacevoli sovrastino le numerose eccellenze. La malasanità è purtroppo un problema serio e lampante, con impegno e attenzione potrebbe essere debellato o quantomeno affievolito, a vantaggio di un intero sistema.

Francesco Scavone

Sabato 11 Settembre, a Chianciano, si è svolto l’ EstremoCentroCamp, una sorta di conferenza “aperta”, meno schematica e più interattiva, su di un tema quanto mai attuale: “Internet e Politica”. In quest’incontro, si p discusso di vari temi riguardanti il web, abbiamo portato la nostra esperienza di noi blogger di Estremo Centro, sentinelle del territorio, impegnati a diffondere l’informazione su questioni scottanti nelle nostre regioni. Durante l’EstremoCentroCamp, per dimostrare che internet possa diventare un mezzo di comunicazione efficace per diminuire le distanze tra cittadini e politica,  abbiamo deciso di lasciare spazio agli italiani che, tramite e-mail o sms, avrebbero potuto porre le proprie domande e i propri dubbi ad uno dei maggiori esponenti della politica italiana: Pier Ferdinando Casini.

Tra le varie domande, mi ha toccato particolarmente una richiesta: “Più attenzione per i pendolari”.

Casini, nel rispondere, ha evidenziato una realtà che conosco molto da vicino, in quanto pendolare da quasi 7 anni. Impossibile non condividere l’amara considerazione che, in questo Paese, si corra su due binari di sviluppo troppo diversi tra di loro. Mentre infatti l’innovazione percorre la strada delle grandi città, dove ogni giorno si apportano migliorie tecniche per rendere sempre meno brevi i tempi di viaggio tra le grandi metropoli, in periferia i trasporti pubblici stentano a decollare. La dimostrazione è data dal fatto che, ad esempio, per percorrere la tratta Milano-Roma, con treni che sfiorano i 400km/h, si impieghino meno di 3 ore, e per la tratta Melfi-Potenza serva un’ora (senza considerare ritardi, o altre cause varie ed eventuali).

L’Italia, però, non vive di sole grandi città: il Paese è soprattutto periferia. C’è un’ immensa  rete di persone che gravitano intorno a queste grandi realtà e che, ogni mattina,  di buon ora, affrontano tratte che, in molti casi, potrebbero essere definiti “viaggi della speranza”. 

Ma i problemi non finiscono mai, per i pendolari.

 Infatti, l’anno scolastico in corso, ha significato l’aumento dei disagi per gli studenti e i professori pendolari di tutt’Italia e, in particolare di tutta la Basilicata. Infatti, da quest’anno, entra in vigore la riforma Gelmini, che prevede significative modifiche all’orario: spariranno le ore “ridotte”, cioè da 50 minuti, a favore delle ore “intere”, cioè da 60 minuti. Dunque, si uniformerà l’orario di inizio delle lezioni per tutti gli studenti di scuole superiori e quindi, dopo una settimana di assestamento, da lunedì i cancelli apriranno alle ore 08.05, con uscita alle 13.05 o 14.05, a seconda del tipo di istituto frequentato.  

Ciò comporta la necessità di riadattare gli orari degli autobus scolastici, per garantire il trasporto agli alunni. Ebbene,qui iniziano i problemi. Molte aziende private di trasporti, gestendo anche tratte extra-scolastiche, a causa di questa modifica oraria, si sono ritrovate ad affrontare spese non previste nel bilancio aziendale, così da dover risolvere il problema con tagli alle tratte, e conseguente aumento delle difficoltà. Dunque, per essere più chiari, per tornare a casa dopo la scuola, dal paese dove frequento il Liceo alla mia piccola frazione, del tutto isolata dal resto della Regione, ci sarà soltanto un bus: alle 14.30.

Ma al peggio non c’è mai fine! Basti pensare che su questo stesso bus saliranno i ragazzi che frequentano la Scuola Media, del tutto disinteressati dalla riforma Gelmini, costretti ad adattarsi ad orari che definirei assurdi.

Ecco,  l’impressione, ancora una volta, è quella di una riforma calata dall’alto, senza considerazione alcuna delle difficoltà del territorio, della periferia. Come sempre, si impianta una riforma pensata a misura metropolitana, in tutto il territorio italiano, che ha caratteristiche olograficamente molto varie.

L’Italia è un’insieme di grandi centri, attorno ai quali vi è però una periferia dimenticata dallo Stato. C’è bisogno di ricucire l’Italia anche in questo, di rendere l’Italia un Paese unito sotto ogni punto di vista.

Partire dai trasporti potrebbe essere un’ottima risposta a questa grande sfida.

Pensare ad una rete di trasporti migliore, non significa vaneggiare. Significherebbe sviluppo in ogni ambito dell’economia: dal settore delle imprese, fino al turismo, senza dimenticare il vantaggio che ne deriverebbe per l’Ambiente.

Perché, in realtà, un Paese senza infrastrutture è un Paese senza futuro.    

Marta

Pagina successiva »