Storia


“Lo Stato sociale di diritto mantiene la garanzia di separazione dei poteri dello Stato di diritto e, sul potere statuale così istituito, innesta un sistema di valori al quale devono conformarsi i poteri pubblici. Nel corso degli anni questo modello di costruzione del benessere e della giustizia collettiva ha avuto attuazione distorta e parziale, caratterizzata dalla proliferazione caotica di leggi speciali, talvolta di limitatissimo rilievo collettivo (c.d. leggine), e dalla dilatazione del potere amministrativo (burocrazia). La complessità della vita associata e la crescente dipendenza dalle prestazioni pubbliche formano le premesse per una invasione del potere burocratico nella società civile e moltiplicano le occasioni di corruzione o di abuso del potere politico amministrativo a fini di conseguimento del potere personale. Spese sociali sempre maggiori, difficoltà di controllare la qualità e l’equità nell’erogazione dei servizi, proliferazione di conflitti, confusione di potere politico ed economico, diffusione di egoismi e particolarismi vecchi e nuovi completano il quadro della crisi dello Stato sociale. In crisi è, in realtà, la cultura sulla quale si fonda lo Stato di diritto e quindi lo Stato sociale. La giustizia è sconfitta quando la società si consolida sul valore dei particolarismi singoli o dei gruppi, sulla raccomandazione, sull’interesse a lucrare sempre anche nella forma della tangente, sull’estorsione o, peggio sulla necessità, per ottenere ciò che spetta, di utilizzare forme illecite, ed infine sul sistema della spartizione dei posti senza alcun rispetto per il merito e le competenze dei singoli. La crisi è smarrimento culturale, perdita del senso civile della legalità e della giustizia. Lo Stato sociale si deve fondare sui diritti e ad un tempo sui doveri sociali: la cultura dei doveri non è ancora diffusa e ciò ha causato la crisi dello Stato sociale.”

Ho letto questa lucida analisi, un po’ datata, sul mio Manuale di diritto civile, di Pietro Perlingieri, e subito mi sono accorto che era una fotografia perfetta di quello che sta accadendo alla nostra realtà, alla nostra politica, alla nostra vita sociale e civile. Subito ho anche notato che non c’erano altri modi e parole per dire il tutto diversamente e per rendere meglio l’idea. Se questa è la realtà (la crisi dell’attuale forma di Stato italiano) quale sarà il nostro futuro? Il Professore Perlingieri parla di uno “Stato sociale che deve fondarsi sui diritti e sui doveri sociali”, ma ammette anche amaramente che “la cultura dei doveri non è ancora diffusa”. E allora? Dobbiamo attenderci nuove forme di Stato? Se entra in crisi lo Stato sociale, e peggio ancora lo Stato di diritto, si insinua nelle sue ferite una penetrante voglia di autorità, di fermezza, di vigore e di culto della forza, tutto per sopperire all’anarchia strisciante. La Storia insegna, basterebbe rileggere il susseguirsi di eventi nell’Italia del primo dopoguerra per capire gli errori e non ripeterli.

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Come penso tutti gli italiani sappiano già, il 25 Aprile è la festa nazionale della liberazione dell’Italia dalla dittatura e oppressione nazi-fascista. Quello che però pochi sanno, è che c’è qualcuno che sta cercando di modificare tale festa, o meglio, le ragioni e le motivazioni di tal festa.

Vignetta di Vauro

Riporto le dichiarazioni di Cirielli, presidente della Provincia di Salerno per il PdL (ex AN):
“Senza l’intervento e il consequenziale sacrificio di centinaia di migliaia di giovani americani, l’Italia non sarebbe stata liberata e la coalizione non avrebbe sconfitto la germania nazista. La Resistenza era un movimento composito che intruppava anche persone che non combattevano per la libertà e per la democrazia, ma per instaurare una dittatura comunista in Italia. Se ci avesse liberato l’Armata Rossa, anzichè gli americani, per 50 anni non saremmo stati un paese libero”
Si sta cercando quindi di riscrivere la storia d’Italia in modo che sia vista sotto gli occhi di chi governa, come loro vogliono che essa appaia a noi tutti.
Ma la cosa più triste è che ci sono degli italiani che danno ragione e si riconoscono in questo abominio, proponendo addirittura di festeggiare il 25 Aprile sventolando bandiere americane.
Com’è possibile che dopo 65 anni si cerchi di cambiare la storia a proprio piacemento? E’ risaputo che il PDL faccia di tutta l’erba un fascio, catalogando come “comunisti” chiunque la pensi diversamente da loro; paradossalmente oggi il termine comunista sta diventando sempre più un insulto che un riconoscimento di pensiero politico.
Ma la cosa più oscena e raccapricciante nel commento di Cirielli è la totale negazione dell’importanza del movimento partigiano in Italia, catalogato quasi come una “macchia da cui gli americani ci hanno salvato”, al pari dei nazi-fascisti che opprimevano l’Italia. Quest’uomo non ha la benchèminima dignità e rispetto delle migliaia di italiani morti nel salvare la propria patria dagli oppressori, dagli invasori. Ricordo anche che, se non fosse stato per la resistenza intestina partigiana, il Nord Italia sarebbe stato praticamente devastato dagli alleati che liberavano l’Italia; questi, arrivati nel Nord, avevano ormai trovato una resistenza dell’Asse indebolita e ormai verso lo sfinimento. Non fosse stato per i partigiani, al Nord sarebbe toccata la stessa sorte che al Sud: bombardamenti e distruzione.
Con questo intervento volevo semplicemente ricordare agli Italiani cosa è questa festa, cosa rappresenta, perchè si festeggia e soprattutto CHI l’ha scritta.
Non gli americani.
Gli italiani, quelli che credevano, in un’Italia LIBERA, FORTE e soprattutto UNITA, che hanno dato la loro vita per il nostro amato Paese.
Questo è il fiore del partigiano, morto per la libertà

I familiari delle vittime chiedono la revisione storica dell’accaduto.

Tutto accadde nella notte tra il 2 e il 3 marzo del 1944, giusto 66 anni fa. Finita la guerra nel Sud Italia, il fronte si era spostato più a nord, oltre Napoli e la Basilicata. Dalla stazione di Salerno partì il treno merci 8017, composto di due motrici a carbone in testa, con 41 vetture vuote e 6 cariche di merce, e su di esse molti viaggiatori, con regolare biglietto, che  alla ricerca di vivande nell’entroterra lucano, salirono sull’unico treno disponibile.

I morti della tragedia

Durante il percorso il treno continuò a riempirsi di gente in cerca di un passaggio. Dagli atti delle indagini segrete Alleate sulla tragedia, si nota che molte volte intervennero militari per far scendere i passeggeri in eccesso e consentire il normale viaggio al treno, ma a nulla valsero gli sforzi. Fino a che il treno, dopo aver attraversato la stazione di Balvano, entrò nella galleria Delle Armi, la più lunga del tracciato tra Potenza e Salerno, circa 2 km.

In quel cunicolo non si sa precisamente cosa accadde, pochi i superstiti, un addetto ai freni ed un fuochista, che cercarono gli aiuti nelle ore successive. Tardivo l’intervento dei soccorsi; non poterono far altro che prendere atto dell’accaduto e liberare la galleria dalle centinaia di vittime e dal lunghissimo treno. È incerta la dinamica dell’evento. Si parla di molte concause: la bassissima qualità del carbone jugoslavo fornito dagli Alleati, il tracciato particolarmente ripido, la poca aderenza delle motrici ai binari e il successivo slittamento dovuto alla forte umidità interna alla galleria, la poca ventilazione nel cunicolo, l’inspiegabile posizionamento delle motrici: entrambe intesta e non una in testa e l’altra in coda.

Quasi 600 vittime innocenti: donne, uomini e bambini, morti per intossicazione da fumi velenosi prodotti dalle ciminiere delle locomotive, senza accorgersene, senza mai svegliarsi più, mai più alba, mai tramonti, solo quella notte, quel ultimo sogno. Seppelliti in quattro fosse comuni in un terreno vicino al cimitero di Balvano, dove ora sorge una cappella costruita dai parenti delle vittime con proprie risorse e dove sono deposte le cassette metalliche con i resti delle vittime, recuperati 28 anni dopo la tragedia.

Secondo le indagini segrete degli Alleati, l’accaduto poteva evitarsi e e si apprende che i passeggeri non fossero dei contrabbandieri, come invece venne reso noto dal verbale ufficiale del Consiglio dei Ministri Badoglio. Infatti dai documenti recuperati dall’avv. Gianluca Barneschi e pubblicati nel suo libro, “Balvano 1944” si evince che il totale insabbiamento dell’accaduto è dovuto alla gravissima situazione dell’Italia di allora: in guerra e in parte liberata, con una continua avanzata Alleata verso nord, e un fatto del genere avrebbe comportato un’inevitabile cattiva pubblicità verso le popolazioni italiche ancora in conflitto, e una ennesima demoralizzazione per gli italiani appena liberati.

La bocca della galleria

Si tacque per queste ragioni, ma perché il governo Badoglio mentì sui superstiti, definendoli contrabbandieri e viaggiatori di frodo? Senza degnarli di una sepoltura degna? Denigrando intere famiglie, per difendere invece i colpevoli e il governo da poco istituito, in cerca di consenso da parte della popolazione e degli Alleati.

Definiti delinquenti, sfregiati nella dignità, nel ricordo, nella pace ormai della morte. Ancora oggi il silenzio della storia nega il necessario ripristino della degna ricerca di nuova vita che queste povere vittime stavano per intraprendere, ma che, cause molteplici, fatali coincidenze e gravi abusi, hanno purtroppo negato. Pace a loro.