luglio 2010


Vi segnalo due interviste fatte dal Giornalettismo. com a due diversi deputati dello stesso partito, l’Unione di Centro, guidata dal Presidente Pier Ferdinando Casini, pieno sostenitore della libertà di espressione sul web. Ma ci sono delle eccezioni nel suo partito. Questa la situazione: l’on. Amedeo Ciccanti, favorevole all’equiparazione delle testate giornalistiche on-line ai blog, con una conseguente restrizione di espressione di pensiero per chiunque volesse rendere pubblico un proprio pensiero, per il solo motivo di dover negare a possibili diffamatori, le loro offese pubbliche. Dall’altra parte c’è tutto il resto del partito centrista, capitanato in questa battaglia dall’on. Roberto Rao, profondo conoscitore del mondo web e sensibile ascoltatore delle sue problematiche. Rao che non accetta equiparazioni improprie tra modalità diverse di espressione (giornali on-line e blog). Ecco a voi le interviste, le differenze tra i due personaggi politici, in termini di competenza in materia e sensibilità, sono evidenti.

Lei si è schierato a favore di un equiparazione dei blog a tutti gli altri operatori dell’informazione. Non ritiene eccessivo questo controllo?

Il controllo non è sul web, il controllo è sui reati che si possono commettere sul web. E’ una cosa diversa.

Ma soprattutto si tratta di persone che non sono professionisti dell’informazione…

Non si può creare nel web una zona franca reale. Se io e lei diffamiamo qualcuno a mezzo blog, scrivendo frasi invereconde, non possiamo farla liscia solo per il fatto di essere blog. Il giornale registrato ha un platea magari di alcune migliaia di lettori. Chi scrive sul web ha una platea planetaria. E’ una barbarie giuridica in uno stato di diritto questa zona franca.

Secondo lei può essere ridimensionato il ruolo che ha avuto internet finora?

Assolutamente no. Il blog è uno strumento. Anch’io sono un itnernauta. La salvaguardia di questo strumento significa proprio difenderlo da chi magari ci specula. Uno strumento cosi’ importante, una delle conquiste di questo secolo relativamente alla libertà di espressione, non può essere utilizzato da quattro sciacalli che lo utilizzano per fini personali. Chi difende oggi i blog non fa altro che affossarlo. Sarebbe come circolare in una strada senza segnaletica. Sarebbe un disastro. E’ vietato farne un uso arbitrario. La mia libertà comincia dove finisce quella altrui. Non si può fare un blog per diffamare e commettere reati.

La sua è una posizione isolata…

Tra i miei colleghi parlamentari che difendevano i blogger, quando ho esposto questi argomenti, molti hanno cambiato idea. Si sono resi conto che tutte le norme non servono a niente se poi si crea una zona franca. E’ come chiudere una grande arteria però lasciando aperto un pertugio. I blog diventerebbero terra di conquista di tutti coloro che non potendo scrivere sulla grande stampa, sui grandi mezzi di comunicazione, e quindi diventerebbero un grande centro d’affari.

Chi è che ha cambiato idea?

Per ultimo il nostro rappresentante in Commissione Giustizia. Rao è un difensore dei blog, ma mi ha dato ragione.

Ecco il link dell’intervista completa: L’onorevole che vuole il bavaglio al web: “No agli sciacalli”

Questa invece l’intervista all’on. Roberto Rao.

Allora, onorevole, sulla falsa riga di quanto proposto dalla Bongiorno, siete favorevoli ad una distinzione tra blog e giornali? Qual è la vostra posizione?

Noi presenteremo un emendamento analogo ai finiani, non so se identico in tutto e per tutto al loro, ma sicuramente con le stesse finalità. Mi sembra assolutamente necessaria la distinzione tra testate on line con struttura organizzativa, che sono di fatto un giornale o una parte della testata, che hanno obblighi ed autorevolezza, e i blog. Hanno una autorevolezza diversa. I giornali devono avere uno stringente regolamento, ad esempio, per quanto riguarda le rettifiche. Le loro notizie hanno una valenza diversa da quelle dei blog. Se uno scrive su una testata è un conto, deve attenersi a regole ferree come può essere la rettifica entro le 48 ore o la legge sulla stampa, per gli altri strumenti ci devono essere altre regole. Il rischio è che ci sia una sorta di invito surrettizio, sotterraneo, ad autocensurarsi. Per paura della sanzione chiunque scrive qualcosa su internet può essere incentivato a non riportarla per paura che quella notizia si riveli poi falsa. Una censura che vieterebbe di fatto la libera circolazione delle idee.

Lei pensa ad una esclusione dei blog dalla norma o ad un intervento normativo, seppur diverso da quello sulla stampa tradizionale, anche sui blog?

Noi stiamo studiando, abbiamo affidato ai nostri tecnici la questione. Si potrebbe “gradare”. Ma ci sarebbe il rischio comunque di limitare la libertà di informazione. Stiamo studiando una formula affinchè non comporti il rischio di censure.

Sulla sua posizione converge tutto l’Udc?

Ci sono sensibilità diverse. La mia posizione è anche quella di Casini, la rimando al sito ufficiale, dove sono le mie agenzie.

Ieri nel suo partito Ciccanti si è detto favorevole ad una equiparazione…

E’ una posizione diversa dalla mia. In sede di confronto gli ho detto che avremmo vagliato la possibilità eventualmente di gradare le cose. Lui ha una posizione più radicale ma io resto dell’idea che se il rischio è quello di limitare la libertà e non riusciamo a trovare una soluzione che sia condivisa, sia considerata plausibile, è un bene, altrimenti preferiamo lasciare tutto com’è.

Ecco il link dell’intervista completa: Anche l’Udc contro la legge bavagli: “Non equiparare giornali e blog”

Due sono le possibilità: o insabbiamo il ddl intercettazioni o mettiamo qualche regoletta in più. Regola che deve essere obbligatoria non per i blogger, ma per le piattaforme che forniscono questo servizio. Non ci sono altre alternative.

Vi consiglio di visionare questo interessantissimo video, che spiega tutte le possibili opzioni tecnologiche che si possono attuare per favorire la rettifica senza far pagare multe salatissime ai blogger: Il diritto di rettifica nel Web 2.0. Trackback e Blog Reactions

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Sono nata a Monticchio e, fin dall’ infanzia, la mia storia è stata strettamente legata a quei due splendidi crateri ripieni d’acqua, nei quali si rispecchia un gioiello in miniatura, voluto e messo in piedi dal genio dei monaci basiliani.

Amo Monticchio Laghi, ne conosco i suoi particolari, ho visto frotte di cigni giocare nelle acque calme, i laghi ricoperti di una sottile lamina di ghiaccio, ho passato del tempo a riflettere su una panchina in riva al lago. In questi 17 anni ho assistito al rigoglioso rifiorire stagionale della natura e, contemporaneamente, ho visto la forza attrattiva di questa località indebolirsi, anno dopo anno.  Non resta null’altro che un turismo domenicale, il cosiddetto turismo “mordi e fuggi”, da pic-nic occasionale, raramente seguito da una permanenza nel posto. Tutto ciò, alimentato dalla carenza di strutture in grado di trattenere il visitatore per più di una mattinata.  E’ assurdo, considerato il fatto che, a circa 20 km da Monticchio Laghi, si erge una città ricca di cultura e storia come Melfi, e a circa 10 km vi è Rionero, la patria di Giustino Fortunato. Non sarebbe così impensabile un percorso turistico che leghi queste 3 città, così importanti, così divise.

Sarebbe un modo per rimettere in moto l’economia lucana legata al turismo, attualmente in affanno.

Ma nulla è stato fatto in tutto questo tempo. Inoltre, a rendere la situazione ancora più difficile, la frana che, da Marzo di quest’anno, impedisce di percorrere la strada che dal lago Piccolo conduce alla Badia di San Michele. I governatori sono stati sollecitati più volte ma,in questo tempo, i tecnici della Regione hanno soltanto provveduto a dichiarare la strada inagibile e a bloccarne il passaggio, in attesa di qualche altro ordine dall’alto. Ad oggi, nonostante le continue sollecitazioni, la situazione è statica. Manca la voce, l’opera delle autorità. Manca l’interesse per una località che dovrebbe essere il fiore all’occhiello di un’intera regione, che potrebbe divenire  un polo d’attrattiva turistica importante in tutto il meridione.

L’Indolenza e l’indifferenza delle autorità hanno logorato i Laghi di Monticchio, due perle ricche di risorse proprie.

Ora, è tempo di svegliarsi per dare a Monticchio lo splendore che merita.

Marta Romano

Unione di Centro: c’è bisogno di più partecipazione dei tesserati al processo decisionale.

L’Unione di Centro è il partito moderato nazionale, che spesso è costretto a dimenarsi tra tirate di giacca e insulti di trasformismi, il tutto condito da un’elevatissima dose di incoerenza di chi, appunto, tenta di delegittimare l’Udc e la sua linea politica. Non scrivo per lodare questo partito, che comunque ha molti demeriti, ma anche qualche merito, a mio modo di vedere, ma almeno cerca una nuova logica politica.

A livello locale, l’Udc è un partito molto presente nelle competizioni elettorali, di ogni ordine e grado, ma è del tutto assente nei paesi, nelle strade, sul territorio, nel vivere della gente. Ma è un po’ così tutta la partitocrazia lucana. Quando si vota: “Votateci, votateci, noi siamo i più belli e i più forti”, e poi finite le pratiche elettorali, gli slogan e le bandiere tornano in soffitta a svernare, in attesa di una nuova primavera elettorale. È un meccanismo che a me non garba. Una logica sbagliata e subdola, che oramai è entrata sia negli uomini di partito, che negli elettori, ormai non più abituati alla convivenza dialettica con amministrazioni, associazioni, partiti e società civile.

Un volenteroso ragazzo, che vuole partecipare alla vita politica del proprio paese, in un sistema del genere si trova ammanettato alle promesse dei politicanti nel periodo preelettorale e alle delusioni (preventivate ampiamente) nell’immediato seguito del voto. Insomma, fermi al palo ad aspettare cosa? Ad aspettare veri partiti e veri politici, che negli ultimi anni hanno latitato. Sarò forse abituato alla velocità del web o alle rapide fantasie giovanili della mia mente, ma trovo la politica molto appesantita su se stessa, quasi a volersi volontariamente isolarsi e negare a qualsiasi volenteroso di avvicinarsi per rialzarla.

Ritornando al discorso principale: l’Udc non è presente, non ha sezioni, non ha recapiti politici conosciuti ai più, non fa manifestazioni, non fa attività sul territorio post elettorale. È qui l’errore: un rivenditore che cerca di far acquistare un elettrodomestico a qualcuno, oltre ad assicurasi la vendita, deve anche seguire il cliente nel rapporto post vendita, altrimenti ne perderà la fiducia. Così dovrebbe funzionare in politica ed è così che agisce la Lega Nord, ma non tutti gli altri partiti, carrozzoni lenti alla ricerca di una discesa per sveltire il passo e portarsi primi in una corsa che conduce a valle e non ad una vetta, ad un obiettivo in cima.

Devo dirlo francamente: sono passati ormai sette mesi dalla sottoscrizione della mia tessera all’Udc, ma non c’è stata nessuna vera azione politica, solo inutili tatticismi partitici: la politica non è la partitocrazia, per fortuna, come mi ricordò Maurizio Bolognetti, uno degli ultimi (io spero uno dei primi) politici lucani. Parlando della mia esperienza a Tursi, mi sono tesserato per partecipare alle decisioni amministrative dei nostri eletti, insieme agli altri tesserati. In poche parole volevo che accadesse questo: i consiglieri che si riconoscevano nell’Udc dovevano riunire la sezione tutte le volte che c’era un consiglio comunale o qualcos’altro da discutere, per dibattere insieme delle questioni e per decidere, a maggioranza dei tesserati, la linea politica da seguire. In questo modo è il popolo del partito che guida i consiglieri e gli assessori, e di conseguenza la linea politica dell’amministrazione comunale, e non il contrario.

Questo, però, per molti motivi non avviene. Primo tra tutti l’autoreferenzialità degli eletti, legittimati dal voto popolare a guidare l’amministrazione (mi ricordano tanto i discorsi che fa Berlusconi). Amministratori persi nei meandri dei palazzi burocratici, che dimenticano le promesse, il partito e soprattutto lo statuto di quest’ultimo. Il secondo motivo potrebbe essere la poca volontà degli eletti di confrontarsi con i tesserati, per presunzione o menefreghismo o delirio di autosufficienza. Terza possibile spiegazione è forse la totale divisione interna del partito, lo sfilacciarsi di rapporti mai stati saldi. Quarto motivo: la sconvenienza ad istaurare un rapporto di dipendenza politica e decisionale con la sezione, perché è un evidentissimo laccio alle mani, che impedisce possibili tatticismi in consiglio comunale. Quinto possibile motivo: i consiglieri potrebbero dire che “nessun partito lo fa e non vogliamo essere i primi” e come darli torto? Potrebbe essere una di queste la spiegazione, o qualcun’altra, o tutte e cinque. Politicanti pseudo partitocrati intenti in politichese esprimersi in assisi amministrative (insomma solo bla bla bla), ecco la definizione dei consiglieri comunali di Basilicata (e forse di tutta Italia), che si sono succeduti nelle ultime legislature, non tutti, ma la maggior parte.

Ricordo, con un po’ di nostalgia, le discussioni nella sezione della defunta Alleanza Nazionale, 2 anni fa, con l’allora segretario Peppino Cassavia, che convocava a spese sue tutti i tesserati, compresi i giovani, per dibattere della azioni da intraprendere di fronte alle situazioni che si presentavano di volta in volta, compresi gli ordini del giorno dei consigli comunali. Ricordi appunto, di un’esperienza bella, che vorrei rivivere, ma che mi è negata dalla realtà dei fatti. Mi scuso per lo sfogo, ma vi assicuro che qualcosa cambierà, non per merito dei politicanti e dei partiti…

E poi, un nostro carissimo lettore, Christian Condemi, mi ha segnalato un video, che ho visionato ben volentieri, e tra le tante frasi dette e viste, mi ha colpito questa: “Deve passare l’idea che non vale la pena affannarsi per creare un mondo socialmente migliore…”. Ed è proprio vero. I colpevoli sono i nostri politici, che amano il deserto (di idee) alla rigogliosa foresta (di pensieri e invenzioni). E se continuerà così, in questi nostri paesi rimarranno solo loro e le case fatiscenti. Bella prospettiva.

Silvio sempre pronto a salvarci da tutti i mali, anche dal cancro.

Tante le vicende che perseguitano il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri. Tante le leggi da approvare e da gestire: il ddl intercettazioni, la riforma della giustizia, la riforma dei regolamenti parlamentari, la manovra economica correttiva, la vicenda delle quote latte, il lodo Alfano costituzionale, la privatizzazione dell’acqua, il federalismo, e tante altre, tutte utilissime (a chi?). E poi tutte le questioni da risolvere: la protesta dei ricercatori universitari; dei docenti della scuola pubblica; gli scioperi degli operai della Fiat e la gravosa vicenda dello stabilimento di Termini Imerese ; il ministero dello sviluppo economico ancora ad interim; i rivoltosi nel suo partito; la Lega Nord che complotta con Tremonti per un governassimo con Idv e Pd; le vicende giudiziarie di quei 4 pensionati pidduisti, rincoglioniti, sfigati (ci manca solo che sono anche cornuti e incontinenti e poi le cazzate le abbiamo dette tutte).

In più, la vicenda dell’eolico in Sardegna con le possibili dimissioni del Presidente Cappellacci; le dimissioni di Cosentino e Brancher e Scajola; le dimissioni di Verdini dal cda della sua banca; il Presidente della Repubblica che difende un pezzo di carta (la nostra Costituzione); ancora la Lega che difende 400 agricoltori, che nella piena illegalità non pagano le multe dovute allo sforamento delle rispettive quote latte; i magistrati che passano a setaccio ogni minimo respiro del Nostro, i giornalisti che gli fotografano anche i peli del naso; Fini e quei quattro gatti che gli vanno appresso, che hanno riscoperto la legalità, invece di ricordarsene nel 2008; l’Onu che si è espresso contro il ddl intercettazioni; le indagini sulla P3, che aveva come referenti governativi Dell’Utri e Verdini, secondo quanto si apprende dai giornali. E sono ancora tante le beghe di palazzo.

Tutte vicende importantissime per la nostra politica, la nostra economia, la nostra società, e per fortuna in Italia non è arrivata la crisi economica. Tutto deve essere risolto anche a costo di “un colpo di Stato” (le elezioni anticipate). Ma io mi chiedo: perché l’intero Governo, l’intero Parlamento, l’intera politica e tutti i partiti parlano, discutono di queste inutilità assurde? Possibile che Berlusconi sia talmente tanto ottuso (non lo credo affatto), da non capire che agli italiani serve altro? Ma tutti sappiamo, chi più chi meno, che Berlusconi ha un piano ben programmato per tutti noi, per l’Italia e soprattutto per le future generazioni, ma prima di tutto per i suoi profitti. Vuole campare fino a 150 anni, a qualsiasi costo; ora ne ha “soli” 74. Dovremo sopportarlo per altri 76 anni. Sarebbe alquanto brutto nascere, vivere e morire, vedendo sempre lo stesso faccione, ascoltando sempre la stessa voce, parlare sempre delle cose dette e fatte dalla stessa persona. È terribile lasciare alle future generazioni un mostro televisivo come Berlusconi.

Il suo progetto è semplice e si sviluppa su due binari: assicurarsi il predominio dei media più influenti, o almeno il loro silenzio, garantirsi di vivere fino a 150 anni (anche se don Verzè gliene ha promessi solo 120, sputaci sopra!), arricchirsi ancor più, ed in seguito vi segnalo un articolo che vi spiega come, eliminare democraticamente qualsiasi opposizione politica e qualsiasi attrito istituzionale, rafforzare i propri poteri di governo, screditare qualsiasi voce fuori dal coro e governare per sempre, finché morte non ci separi. Elettori italiani? Diamoci da fare per velocizzare questo divorzio, Veronica ha già provveduto… manchiamo solo noi.

Ecco a voi l’articolo del nostro amico Gaspare Compagno, su Estremo Centro Sicilia, che ci spiega per filo e per segno come il nostro amato Premier lucrerà anche sulla lotta al cancro. Ancora una volta si dimostra un grande imprenditore, ma non un altrettanto grande Presidente del Consiglio.

Vento forte, zone ad interesse edilizio e fiamme: strane coincidenze.

In questi ultimi giorni di luglio, si sono verificati molti incendi che hanno interessato le pinete della costa ionica, soprattutto nei Comuni di Pisticci e Scanzano J.co, 40 ettari nel primo e 20 nel secondo. Pinete rivierasche che dividono le spiagge dai terreni coltivati e dai villaggi turistici, pieni di turisti. Un continuo ripetersi di aziende agricole, grandi agglomerati abitativi per i villeggianti e di pinete, da Taranto, fino al Sinni. Emblematica è la dichiarazione del Comandante provinciale della Guardia Forestale dello Stato, Guadalberto Mancini, rilasciata alla Gazzetta del Mezzogiorno: «Ci sembra di aver individuato una matrice comune. Tutto fa presumere che siano episodi collegati tra loro».

Io sono convinto che il tutto sia di natura dolosa, ma non incidentale. Si parla di decine di inneschi, sparsi sui vari fronti incendiari, tutto preparato e organizzato a tavolino. Strana anche la coincidenza degli incendi con il forte vento: hanno aspettato il vento per appiccare incedi, sapendo che fosse un ottimo alleato, soprattutto quando cambia spesso direzione. Insomma una vera macchina organizzata, formata da piromani di professione e da mandanti interessati al territorio incendiato.

Come si potrebbe risolvere questa situazione, che ogni estate, si ripete con lo stesso copione, in più punti delle lunghe pinete ioniche? Prima di tutto, bisogna assolutamente fare pulizia nel sottobosco, eliminando qualsiasi materiale incendiabile (foglie, rami, carte, spazzature varie), prima che inizi la stagione estiva; poi si potrebbe dividere la pineta in quadrati ben distati tra loro, per rallentare l’avanzata del possibile incendio; si potrebbero anche aumentare i controlli su tutti quei soggetti incoscienti e delinquenti che, forniti di fornacetta e attrezzi vari per l’arrosto, si cucinano ben volentieri la loro carne, al fresco dei pini; si potrebbe potenziare il corpo dei Vigili del Fuoco, richiesto a gran voce da molti mesi, dal consigliere comunale di Policoro, Giuseppe Ferrara, ma ancora inascoltato.

E poi bisogna, come sempre, farsi qualche domanda: chi ha dato fuoco alle pinete? Chi è stato il mandante? Quali interessi nutrono su quel territorio? I Comuni interessati hanno adempiuto tutte le prescrizioni legislative, in merito alle aree distrutte dagli incendi e dai relativi accatastamenti? Non è che, dalle inadempienze degli enti, nascono poi diritti e pretese in capo a soggetti interessati all’edificabilità delle pinete appena bruciate? Perché non si sostituiscono immediatamente le piante distrutte con nuove piantine, per dare un segno serio a qualsiasi mal pensante? Perché non si è provveduto alla pulizia del sottobosco, ricoperto di 15-20 centimetri di materiale altamente infiammabile come foglie, legni e cartacce, lasciate in ricordo dai turisti? Perché non si crea un piano di intervento nelle pinete, ben preparato con esercitazioni e simulazioni? Perché non si costruiscono pozzi, cisterne o vasche lungo tutta la pineta per favorire possibili approvvigionamenti per i soccorsi? La lotta agli incendi è una guerra, e come tale va preparata, con tattiche, movimenti di “truppe”, strategie adatte. In guerra tutto è lecito, i piromani lo sanno, e anche i loro mandanti.

“Lo Stato sociale di diritto mantiene la garanzia di separazione dei poteri dello Stato di diritto e, sul potere statuale così istituito, innesta un sistema di valori al quale devono conformarsi i poteri pubblici. Nel corso degli anni questo modello di costruzione del benessere e della giustizia collettiva ha avuto attuazione distorta e parziale, caratterizzata dalla proliferazione caotica di leggi speciali, talvolta di limitatissimo rilievo collettivo (c.d. leggine), e dalla dilatazione del potere amministrativo (burocrazia). La complessità della vita associata e la crescente dipendenza dalle prestazioni pubbliche formano le premesse per una invasione del potere burocratico nella società civile e moltiplicano le occasioni di corruzione o di abuso del potere politico amministrativo a fini di conseguimento del potere personale. Spese sociali sempre maggiori, difficoltà di controllare la qualità e l’equità nell’erogazione dei servizi, proliferazione di conflitti, confusione di potere politico ed economico, diffusione di egoismi e particolarismi vecchi e nuovi completano il quadro della crisi dello Stato sociale. In crisi è, in realtà, la cultura sulla quale si fonda lo Stato di diritto e quindi lo Stato sociale. La giustizia è sconfitta quando la società si consolida sul valore dei particolarismi singoli o dei gruppi, sulla raccomandazione, sull’interesse a lucrare sempre anche nella forma della tangente, sull’estorsione o, peggio sulla necessità, per ottenere ciò che spetta, di utilizzare forme illecite, ed infine sul sistema della spartizione dei posti senza alcun rispetto per il merito e le competenze dei singoli. La crisi è smarrimento culturale, perdita del senso civile della legalità e della giustizia. Lo Stato sociale si deve fondare sui diritti e ad un tempo sui doveri sociali: la cultura dei doveri non è ancora diffusa e ciò ha causato la crisi dello Stato sociale.”

Ho letto questa lucida analisi, un po’ datata, sul mio Manuale di diritto civile, di Pietro Perlingieri, e subito mi sono accorto che era una fotografia perfetta di quello che sta accadendo alla nostra realtà, alla nostra politica, alla nostra vita sociale e civile. Subito ho anche notato che non c’erano altri modi e parole per dire il tutto diversamente e per rendere meglio l’idea. Se questa è la realtà (la crisi dell’attuale forma di Stato italiano) quale sarà il nostro futuro? Il Professore Perlingieri parla di uno “Stato sociale che deve fondarsi sui diritti e sui doveri sociali”, ma ammette anche amaramente che “la cultura dei doveri non è ancora diffusa”. E allora? Dobbiamo attenderci nuove forme di Stato? Se entra in crisi lo Stato sociale, e peggio ancora lo Stato di diritto, si insinua nelle sue ferite una penetrante voglia di autorità, di fermezza, di vigore e di culto della forza, tutto per sopperire all’anarchia strisciante. La Storia insegna, basterebbe rileggere il susseguirsi di eventi nell’Italia del primo dopoguerra per capire gli errori e non ripeterli.

In una calda e alquanto umida sera d’estate, precisamente l’altra sera, il 23 luglio, al lido Nettuno di Metaponto, si è svolta una riunione di tutte le associazioni e comitati che fanno della tutela del territorio, della natura e dell’ambiente la loro unica priorità. Il titolo era: Terra e mare al tempo del petrolio. Hanno partecipato e dibattuto esponenti della Ola, la professoressa Maria Rita D’Orsogna, docente dell’Università della California, componenti dei vari comitati contro petrolio e nucleare. Presente anche Maurizio Bolognetti, segretario regionale dei Radicali Italiani. Tutti concordi nel definire scellerato l’uso che si fa delle risorse energetiche, tutto a discapito delle popolazioni residenti sui territori. I veri colpevoli sono stati individuati: le compagnie petrolifere, tutte, il Governo italiano e la sua politica della militarizzazione e del segreto di Stato, le amministrazioni locali, dalla Regione Basilicata fino ai Comuni e al loro silente latitare.

L’accusa è grave: uso criminoso, scellerato, disumano, pericoloso, profittevole, clientelare che le società e gli enti prima citati fanno delle nostre risorse, soprattutto per quanto riguardo il petrolio e il gas. Sono stati esposti dati, slide, tabelle, foto, mappe, tutto per avallare la stessa tesi: il danno al nostro ambiente si è già perpetrato ed è costretto ad ampliarsi sempre più se non ci impegniamo tutti un po’ di più per dare voce alla nostra natura che oramai “urla a gran voce” il suo malessere e invoca un necessario stop all’inquinamento, di qualsiasi tipo.

In quella stessa sede, tutti i comitati locali e cittadini dislocati sul territorio, hanno dato vita al “Comitato per la tutela dell’Ambiente e della Salute della Basilicata” che li riunisce in un unico direttivo per meglio coordinare le azioni. Per chi poi volesse, si poteva anche firmare la petizione a favore del tenente della polizia provinciale di Potenza, Giuseppe Di Bello, presente all’incontro. Tutto molto interessane e condivisibile, per me che lentamente scopro e mi interesso delle tematiche ambientali della nostra terra e non solo.

Ma, immedesimandomi in un semplice cittadino lucano, molti dubbi e domande si insinuano nei miei ragionamenti e altri ancora ne nascono ripensando all’altra serata. Ad esempio potrei chiedermi: ma questi signori, lì riuniti, sono contro il petrolio o contro le pratiche “legali” dei petrolieri? Tutti questi incontri, molto interessanti, a cosa servono? Quali sono le azioni da compiere realmente e concretamente per salvare il nostro territorio? Perché non erano presenti l’assessore all’ambiente Agatino Mancusi e il presidente della regione Basilicata Vito De Filippo, entrambi invitati? Perché non si riesce ad instaurare un rapporto sereno, costruttivo e sincero tra gli ambientalisti e le istituzioni?

Perché la partitocrazia deve sempre intralciare il cammino del serio dialogo politico? Perché la popolazione non è completamente partecipe alle iniziative dei vari comitati? Perché la rassegnazione ha preso il sopravvento? Perché qualche migliaio di ambientalisti non riesce a fermare quel mostro che di volta in volta cambia nome: Eni, Shell, Total, Esso? Perché mi sento impotente di fronte a questi mostri? Perché i politici non sono dalla nostra parte, contro i petrolieri, per il nostro territorio? Possibile che è così forte la corruttela, anche morale? Perché urlare a squarciagola non serve a nulla di fronte al fetore delle mazzette e delle royalties delle estrazioni?

Tante altre le domande, ma vorrei cercare anche qualche risposta. Gli ambientalisti, non credo siano contro la risorsa petrolio, ma contro chi lo estrae, e come lo estrae. Gli incontri e i dibattiti servono per sensibilizzare l’opinione pubblica e informare, soprattutto. Le azioni da attuare nel breve periodo sono: studiare tutte le situazioni e le problematiche presenti e future, informare la popolazione e al momento giusto convogliare le rabbie e i timori dei cittadini in manifestazioni pubbliche che dovranno far cambiare idea alle amministrazioni locali. Questo è l’unico modo pacifico per agire. La grandissima manifestazione di Scanzano Jonico contro il deposito nazionale delle scorie nucleari, del 2003, è l’emblema del mio ragionamento. Riprendo una frase sempre ripetuta da un attivista che ho conosciuto l’altra sera, Antonello: Se ci convincono che nulla può cambiare, nulla cambierà!

È una notizia di qualche ora fa: la British Petroleum ha avuto il permesso dalla Libia per sondare i fondali del Mediterraneo, nel golfo della Sirte, a 500 km dalla Sicilia. Mi chiedo: si vuole replicare quello che è accaduto nel golfo del Messico? Credo proprio di si.

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