Ambiente


Rifiuti, Arpab e inquinamento delle acque

Il segretario regionale dei Radicali Italiani, Maurizio Bolognetti, è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, sul suo dossier “La Basilicata avvelenata dalla malapolitica”, redatto in questi ultimi mesi, dopo il clamoroso caso dell’inquinamento rilevato da Bolognetti nelle acque delle dighe lucane nel gennaio scorso.

Ma di cosa si parla in questo dossier? Dei rifiuti urbani, industriali, più o meno pericolosi e nocivi che viaggiano per la nostra terra, senza controlli. Si tratta di rifiuti anche lucani, ma mischiati con altra immondizia proveniente da altre zone italiane e che viene depositata nelle nostre discariche, se va bene, o in qualche luogo sperduto, e ce ne sono tantissimi, della nostra terra, senza che nessuno se ne accorga per parecchi anni. La domanda significativa è: perché in Basilicata, dove la popolazione è poca, le possibilità tante, le risorse ci sono, non si è sviluppato in passato un piano efficiente per la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani? Possibili risposte sono: l’incompetenza degli amministratori; la mancanza di educazione ambientale della popolazione; l’accordo tra ditte di smaltimento rifiuti e amministratori, per continuare a non riciclare. Credo sia la terza.

Altro argomento trattato è la questione dell’Arpab. Il direttore dell’agenzia, Vincenzo Sigillito, dimostra assenza totale di rispetto per l’ambiente, per l’intelligenza del popolo lucano e soprattutto per la salute dell’intera Basilicata. Perché il direttore paga un affitto esorbitante per la sede dell’ente a Matera di proprietà di un imprenditore che investe in smaltimento di rifiuti pericolosi? Perché non fa tutto ciò che gli compete per rendere i cittadini partecipi della grave situazione ambientale della nostra terra? Perché permette ancora, insieme alla Giunta Regionale, che tutti gli enti a rischio inquinamento (es: Eni, Sogin, ecc.) continuino ad essere i controllori di sé stessi? Perché nasconde le rilevazione fatte all’inceneritore Fenice di Melfi tra il 2002 e il 2006? Se non è Sigillito che le nasconde, chi ha più poteri del Nostro per recuperarle? Una cosa è certa: i direttori delle agenzie regionali lucane sono dei veri e propri papi, nominati, incontestabili ed eterni. I politici passano e loro restano.

Terzo argomento è l’inquinamento delle acque lucane. Si va dagli invasi, ai torrenti, alle sorgenti, fino ai fiumi e al mare. La questione delle dighe inquinate da bario e boro, da residui fecali umani, da altre sostanze industriali ed agricole. Insomma un letamaio che ogni giorno irriga i nostri campi e disseta i pugliesi. Bolognetti nel gennaio scorso parlò di questa grave situazione, ma venne immediatamente tacciato come blasfemo da tutti i politici lucani e da tutti i giornalisti locali e dall’Arpab. Che sia Bolognetti in malafede? Lo smentisce l’eutrofizzazione delle acque della diga del Pertusillo, nel maggio scorso, ad opera dell’alga cornuta, che si nutre appunto di sostanze inquinanti come azoto e fosforo, provenienti da scarichi urbani e anche agricoli.

Ma possibile che la Basilicata sia così? Possibile che sotto i nostri piedi, nelle nostre colline, nei nostri fiumi, nei nostri mari, ci sia tutto questo inquinamento? Possibile che a vederlo sia solo Bolognetti? Possibile che nessun politico locale conosca queste emergenze? Possibile che nessun potere lucano trovi convenienza a combattere questo malaffare? Possibile che la popolazione non veda? Possibile che sia disillusa ed orami rassegnata? Possibile che finisca sempre come i contadini del “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi, malati fuori e morti dentro?

Concludo con la frase che più mi ha colpito di questo lungo dossier: “Il paradosso lucano sta nel fatto che chi mette le mani nelle nostre vite, negando giustizia, producendo avvelenamenti, saccheggiando il territorio, dorma in pace, mentre chi denuncia e prova a raccontare, il sonno lo perde.”

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È arrivato il tanto atteso autunno, le prime piogge rinfrescanti, le prime fresche sere di luna. I campi si riempiono di germogli, di pascolo per il bestiame. Le piante riassaporano l’acqua dopo mesi di calura. E se ci si fa un giro in automobile per la nostra stupenda regione e si guarda fuori da finestrino, soprattutto sui cigli della strada, si nota un alternarsi continuo di oggetti colorati, che facendo ben attenzione, assomigliano ad un perpetuo serpente di rifiuti di ogni genere lanciati dai finestrini delle auto, lasciati appositamente scendendo dall’auto, ecc. Emblematica è la situazione nelle piazzole di sosta: un immenso mare di cartacce, bottigliette e bottiglioni, buste di spazzatura strapiene di ogni genere di rifiuto, pneumatici di auto, camion e moto, vetro in qualsiasi forma, gli immancabili maleodoranti pannolini colmi, rottami di ferraglia e tanto altro ancora. Identica situazione alle fontanelle pubbliche e in qualsiasi luogo dove ci si può fermare in auto.

L’altro giorno ho letto su un giornale lucano che un giornalista aveva notato, sarà stato per l’elevato acume della categoria lucana, l’enorme mare di mondezza lasciata sui margini della carreggiata e soprattutto nelle piazzole. Questa situazione è palese ormai da anni, ma ha visto un improvviso aumento, soprattutto negli ultimi tempi con i primi esperimenti di raccolta differenziata nei vari comuni lucani. Alcune persone (se così si possono definire) non vogliono farla e preferiscono gettare la propria spazzatura nella prima piazzola che trovano. Come si possono definire questi esseri? Bestie? Si offenderebbero gli animali. Barbari? Si offenderebbero gli unni e i loro compagni. Ogni offesa sarebbe comunque sprecata perché questi esseri sono talmente ignoranti, ottusi e merdacce che non capirebbero affatto la gravità del loro atto.

Cosa sta succedendo alla nostra bellissima terra? Cosa stiamo facendo? Dov’è finita la nostra coscienza ambientalista? Da quando i lucani si sono riscoperti lerci? Noi lucani siamo mai stati generosi con il nostro territorio? Abbiamo mai tutelato il nostro ambiente? Diciamolo palesemente: siamo una massa di bestie abominevoli ingenerosi con la nostra madre che ci ha nutrito da sempre. Come si fa ad inquinare in un modo del genere? Con quale coraggio? Possibile che siamo di fronte a gente che non se ne frega assolutamente nulla del luogo in cui vive? Mah, non resta che fare spallucce e dare il buon esempio per quanto possibile.

Come risolvere questo problema? Prima di tutto si devono rimuovere i rifiuti lì presenti, che sono indecenti, inquinanti e anche molto pericolosi, ad esempio per i motociclisti. In un secondo momento bisogno assolutamente insegnare una nuova coscienza ambientalista nelle scuole e anche nelle famiglie. I controlli non devono mancare e soprattutto bisogna punire in maniera esemplare i delinquenti colti in flagranza. Ultima cosa, ma forse la più utile e significativa: tutti i cittadini onesti e rispettosi del proprio territorio devo creare frequenti occasioni per ritrovarsi con le istituzioni locali e pulire con le proprie mani l’imbratto altrui. Le amministrazioni competenti devono in tutti i modi fermare questa terribile deriva, che resterà come una macchia sulla nostra coscienza e sulla nostra immagine fuori dai confini regionali.

Dopo le terribili mareggiate invernali, la spiaggia del lido di Metaponto, fu risistemata nel giugno scorso per accogliere i turisti estivi. Un ripascimento artificiale costato parecchio e che ha modificato l’assetto naturale della spiaggia. Restava comunque un intervento doveroso per non uccidere le strutture ricettive del luogo. Dopo un estate gioiosa, energica, aggressiva e piena di soddisfazioni, tra qualche mese arriverà l’inverno e sarà ovvio aspettarsi nuove mareggiate e nuove erosioni della costa.

Bisogna capire che l’erosione è un fenomeno normale. Normale perché è nelle norma delle cose. Le regole della fisica dichiarano espressamente che si tratta di eventi naturali che sono sempre esistiti. La natura è fatta di equilibri e nel nostro caso, l’altro fenomeno che dovrebbe contrastare l’erosione delle coste è l’apporto continuo di detriti fluviali a causa dell’erosione del territorio interno della nostra regione. Le dighe e gli sbarramenti hanno bloccato questo naturale defluire dei fiumi e l’equilibrio si è spezzato.

Dal 1930, la costa ionica ha guadagnato terreno rispetto al mare, circa 432 ettari, cioè 4.320.000 metri quadrati di nuovo terreno si è aggiunto alle precedenti coste. C’è stato un avanzamento di 40 metri a Metaponto, 180 a Scanzano, 300 a Nova Siri e 350 a Policoro. Perché? Perché l’apporto di detriti dai fiumi era maggiore rispetto al fenomeno dell’erosione marina delle coste. Ora però la tendenza si è invertita: prevale l’erosione marina rispetto al continuo defluire dei fiumi. Il geometra Nicola Bonelli di Tricarico, lo diceva già più di 10 anni fa e continua a ricordarcelo.

L’erosione però ha un ottimo alleato: l’uomo, i suoi comportamenti e le sue costruzioni. Infatti tra le cause dell’erosione c’è la forte vicinanza alla battigia delle strutture ricettive turistiche, che si riduce a pochi metri durante le mareggiate. Il lungomare costruito per dividere la spiaggia dagli edifici è il vero colpevole. Tra qualche anno la forza del mare lo distruggerà. E poi passerà alle case, agli alberghi, alle strade a i marciapiedi. Insomma una vera e propria distruzione, sempre più rapida con il passare del tempo. Il tutto si fermerà, quando finalmente la forza del mare non avrà dato una forma “arrotondata” e univoca all’intera costa ionica lucana, eliminando, erodendoli, tutti gli ostacoli, cioè quando le foci dei fiumi lucani saranno allineate al resto della costa. È del tutto naturale e tutto normale. È emblematico il caso della foce dell’Ofanto che è arretrato di parecchie centinaia di metri.

Quale il futuro? L’erosione continuerà e graverà ancor più sulla costa. Quale la soluzione? Barriere artificiali? Naturali? Distruzione delle dighe a monte? Io non sono un esperto e non ho le competenze per azzardare ipotesi. Dico solo che quello che è accaduto al lido di Metaponto deve essere da monito a tutta la costa ionica lucana. Infatti l’erosione da decine di anni minaccia la foce del Sinni, ma ben presto anche quella dell’Agri. Insomma il futuro è questo e non basta tamponare, risistemare la spiaggia ogni primavera prima che arrivino i turisti, per poi ritrovarsi punto e a capo la primavera successiva. Il modo migliore e meno costoso per risolvere i problemi è prevenirli. Studi universitari finanziati con soldi comunitari e promossi dalla Regione Basilicata, hanno raccolto dati sul fenomeno e presto si inizierà la costruzione di barriere sommerse sul fondale marino antistante le spiagge metapontine. Spero solo che possa essere la soluzione migliore. Anche se l’erosione continuerà, forse altrove, ma continuerà.

Solo perché è il secondo mestiere più antico del mondo, dobbiamo tenercelo? “Non è possibile che l’incolumità di cittadini e turisti venga di continuo messa a rischio da una minoranza di cittadini che, armata di doppiette, fa strage del patrimonio faunistico degli italiani. Tutti gli incidenti confermano quanto l’attività venatoria non sia solo anacronistica e crudele ma anche molto pericolosa.” È quanto dice il Ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, che trova il mio pieno consenso.

Numeri che dicono tutto: dal 2 settembre 2009 al 31 gennaio 2010 ci sono stati 23 morti ammazzati e 53 feriti (io li chiamerei quasi-morti). 76 persone sono un numero elevatissimo. Sarebbe elevato (per me) anche un solo morto o un solo ferito. In Italia ci sono circa 700 mila cacciatori che ogni anno ammazzano a destra e a sinistra, ovunque trovano un parcheggio per le auto, qualsiasi cosa che si muova. Sparano anche i falchi e i corvi, per allenarsi.

I cacciatori sono degli assassini e non solo di animali, come dimostrano le 23 vittime. E poi qual è il motivo che spinge questi signori ad armarsi e partire per distruggere qualsiasi forma di fauna? Il divertimento? Lo sport? L’agonismo? L’aria aperta e le scampagnate? Se fossero queste le motivazioni, credo che si sarebbe di fronte ad una massa di assassini che uccide per futili motivi. Se volessero fare tutte quelle cose, le potrebbero fare anche con una macchinetta fotografica o come fanno tutti gli altri cittadini. E se proprio vogliono spaccarsi i timpani con le fucilate, che andassero al poligono.

Sottoscrivete anche voi il manifesto “La Coscienza degli animali” già sottoscritto da 115 mila persone, tra cui il ministro Brambilla, l’oncologo Veronesi, il direttore Feltri, il grande Renato Zero, e tanti altri ancora. Altro numero significativo: l’83% degli italiani è contrario alla caccia e vorrebbe abolirla. Perché non si ascolta la voce della stragrande maggioranza della popolazione? Nell’Inferno di Dante non c’era posto per i cacciatori, ma io li inserirei ora. Per la legge del contrappasso, sarebbero tutti lì, con i fucili in mano a spararsi l’un l’altro e a nutrirsi come cannibali delle proprie vittime.

Essere cacciatore crea nella propria testa una terribile convinzione: essere superiori a qualunque animale, compreso l’altro uomo. Con un fucile in mano si diventa come dei droidi. L’uccidere deforma la propria umanità, la propria coscienza, la propria mentalità. L’uomo si è evoluto, ha ideato tecnologie per nutrirsi e non deve più uccidere animali selvatici. La caccia non ha più senso in Italia e nel mondo civilizzato.

Io mi chiedo: perché hanno fatto tanto per reinserire sul territorio le varie specie estinte (cinghiali, lupi, mufloni, quaglie, lepri comuni e tanto altro ancora) per poi sparale ancora? Solo per portare nuova carne nei piatti dei cacciatori o dei ristoranti, che anche illegalmente, da essi si riforniscono. Molti cacciatori giustificano la propria esistenza con il fatto di dover ripulire le campagne dagli animali che distruggono le coltivazioni. Ci sto! Ma per fare questo non c’è bisogno di sparare di tutto e di più, giorno e notte, per 6 mesi ininterrottamente. Se ci sono animali selvatici che disturbano l’agricoltura, o si dà licenza all’agricoltore di sparare, o si autorizza alcuni cacciatori ad intervenire su chiamata dell’agricoltore.

E poi facendoci due conti, perché non sfruttare a nostro favore la grande passione che questi cacciatori hanno per l’assassinio. Si potrebbero aumentare le tasse che i cacciatori sono costretti a pagare, anche di 200 euro a cacciatore, che moltiplicato per 700 mila, fa 140 milioni di euro da spendere per creare zone protette e ricreare faune e flore distrutte da questi mostri e risarcire le vittime civili della caccia. Se proprio non si può abolire la caccia, perché non la si rende eccessivamente onerosa? È un buon modo per dissuadere i meno convinti e per profittare sugli irriducibili.

Due le parole che hanno contraddistinto Angelo Vassallo: Ambiente e Legalità. Due luci nelle notte, che hanno guidato, il Sindaco di Pollica, comune in provincia di Salerno, un Sindaco vero, che purtroppo è stato freddato da 9 colpi di pistola nelle propria auto, mentre ritornava a casa intorno alla 22 di sera, la notte del 5 settembre. Aveva 57 anni, ma tutto si è fermato lì, in quella stradina. Tutto per 9 crudeli colpi di arma da fuoco, troppo feroci per uccidere soltanto.

“Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono ;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!”

da “X Agosto” di Giovanni Pascoli

Sull’accaduto indaga l’Antimafia, perché molti indizi indicano una precisa, anche se non unica, pista investigativa: l’omicidio di camorra. Il Sindaco Vassallo era un fiero sostenitore dell’ambiente, della sua tutela, della sua promozione, conscio che fosse una formidabile macchina per fare soldi e per portare benessere e serenità economica alla popolazione. Forti erano stati gli interessi criminali nel grande progetto di rinascita della cittadina di Pollica, e della località marittima di Acciaroli, portato avanti dal Sindaco. Un progetto di rinnovamento, ristrutturazione, regolamentazione e riorganizzazione, il tutto con un pizzico di innovazione. Altre gravi situazioni si erano verificate per la preoccupante diffusione di cocaina nelle località turistiche del comune di Pollica. Forte anche la sua denuncia contro la collusione delle forze dell’ordine con la criminalità locale. Contro il male della droga, della mafia, dell’abusivismo, è intervenuto in prima persona Vassallo, mettendoci la faccia, l’anima, e anche la vita.

Pollica è abbastanza lontana da Caserta, da Napoli e dagli altri centri cardine della criminalità campana. Sono più vicine Potenza, Melfi, Venosa, Lavello, Rionero e tutti gli altri abitati dell’alta Lucania, ai cuori pulsanti della camorra. La camorra si allarga, ricerca sbocchi, sonda il terreno e cerca nuovi luoghi dove impiantare il proprio malefico seme. A Pollica il terreno era fertile, ma il contadino Angelo sapeva fare il suo lavoro e ha saputo estirpare i germogli di questa erbaccia. Ma questo ha creato problemi. A chi? Il sostituto procuratore di Vallo della Lucania, Alfredo Greco commenta così a Sky Tg24 l’omicidio: «E’ un agguato in stile camorra con modalità brutte e pesanti, un’esecuzione cattiva con troppi colpi sparati».

Sono davvero rammaricato nel vedere un uomo ucciso in questo modo, con tanta rabbia, con tanto odio. Non bastava un colpo solo, o due (come se cambiasse qualcosa), ma ben 9 terribili spari. Un uomo non c’è più e quest’uomo era un Sindaco vero, rispettoso della sua terra, fiero della sua popolazione, degno della stima più sincera per l’ottimo, vivo, ingegnoso operato che portava avanti da molti anni. Ha cambiato la sua città, la resa più ricca, più bella, conosciuta in tutta Italia, con picchi di efficienza stupefacenti. Ha costruito la sua città, come la voleva lui e come la volevano tutti. L’ha difesa, la sua città, dai carnefici affaristi, capaci, per un “no” ricevuto, di ammazzare.

Una città è sola, una popolazione senza guida. Ed ora? Cosa succederà? Chi li guiderà? Chi li difenderà con il proprio corpo? Chi li proteggerà dagli assassini del loro Sindaco? Il segnale lanciato alla popolazione è chiaro: chi si mette di traverso ha le ore contate. Si rischia la vita a fare il proprio dovere, il proprio mestiere e soprattutto a farlo bene. Come comportarsi? C’è bisogno di un nuovo sindaco, con la stessa forza, con la stessa integrità, con la stessa volontà ambientalista e legalitaria di Vassallo. Questo nuovo sindaco non servirà solo a Pollica, ma ogni Comune d’Italia dovrebbe trovare tra la propria popolazione Amministratori capaci e degni di vivere la propria città e difenderla come se fosse la cosa più preziosa al mondo, come faceva Angelo.

La situazione dei fiumi, dei laghi, delle dighe, dei mari lucani, la conosciamo molto bene e molte volte su questo blog ne abbiamo parlato spesso e con molta rabbia, sapendo che i responsabili di gravi inquinamenti sono ancora impuniti e i loro scempi sono pronti per essere assorbiti da noi lucani, che viviamo la nostra terra. Giusto qualche dato per rendere l’idea: 150 mila abitanti, il 25,3% dei lucani è senza un servizio di depurazione, ciò vuol dire che i liquami prodotti da questi cittadini vengono sversati in qualche pozzo nero o in qualche terreno privato o in qualche torrente, il tutto poi rigorosamente nei fiumi e nei mari. Il 28% degli impianti di depurazione lucani non è operativo, ci sono, ma non funzionano, per mancanza di risorse, per mancanza di personale, per mancanza di convenienza, per mancanza di attenzione.

Insomma, abbiamo capito chi è il principale responsabile dell’inquinamento territoriale lucano:  è la depurazione inefficiente e quindi insufficiente, soprattutto nel periodo estivo, con l’arrivo dei turisti e l’aumento di residenti nei nostri paesi. Siamo di fronte ad una gestione complessivamente deficitaria. L’Acquedotto lucano ha ormai 8 anni d’età e di esperienza, riesce a tamponare, ma non a sopperire alle numerose e dispersive esigenze dei cittadini lucani. Potrebbero dire quelli dell’Aql: “noi siamo pochi, la regione è grande, le risorse sono poche, fateci lavorare”. Lo dicono un po’ tutti e la scusa è credibile, ma come sempre si potrebbe fare di più.

Ecco a voi un piccolo esempio tutto lucano: un fitodepuratore costruito nel 1997 e mai entrato in funzione, e poi risistemato dall’Aql e ora perfettamente funzionante, dal 2006. È situato alla foce del fiume Cavone e depura i reflui del comune di Pisticci e di altri piccoli centri abitativi sempre nel pisticcese. Alcuni di voi potrebbero chiedersi: ma cos’è un fitodepuratore? Il nome dice tutto: si utilizzano le piante, soprattutto autoctone, per depurare l’inquinamento umano. Le piante e gli organismi che vivono in questo nuovo ecosistema si nutrono dell’inquinamento, come se fosse vero e proprio concime.

Ecco cosa ho trovato sul web, su una ricerca di Patrizia Casarini dell’Arpa Lombardia: “In pratica, si tratta di una zona umida costruita, in cui il suolo è mantenuto costantemente saturo d’acqua e consiste in un bacino poco profondo, impermeabilizzato ove necessario, riempito con un idoneo substrato e vegetato con piante acquatiche.” E ancora: “L’impianto di fitodepurazione rappresenta quindi un’alternativa alla depurazione tradizionale, rispetta l’ambiente ed è vantaggiosa dal punto di vista economico (v. risparmio di energia elettrica, in un’ottica di sviluppo sostenibile, limitati costi di gestione) ed ambientale (miglior impatto sul paesaggio, eliminazione di trattamenti di disinfezione).” E dulcis in fundo: “Tali trattamenti si prestano, per gli insediamenti di maggiori dimensioni con popolazione equivalente compresa tra i 2.000 e i 25.000 abitanti.

La fitodepurazione non può essere utilizzata per qualsiasi occasione, ma per la gran parte delle realtà antropiche della Basilicata sì. Siamo di fronte ad una tecnologia che necessita di bassi investimenti iniziali, di bassi costi di gestione, di assenza totale di consumo energetico. I limiti di questo impianto sono la necessità di ampie superfici su cui istallare il bacino artificiale e il fatto che è una tecnologia non adattabili a zone con quote molto alte e con climi freddi. Insomma la fitodepurazione è fatta su misura per la nostra regione. Naturalmente però i fitodepuratori servono per combattere possibili scempi ambientali e per abbassare di molto l’inquinamento dei nostri fiumi e mari, ma la loro presenza sul territorio, non deve far abbassare la guardia sulla prevenzione delle situazioni inquinanti. Io proporrei di costruirne un fitodepuratore ad ogni foce dei nostri fiumi, uno a monte di ogni nostra diga (si veda la situazione della Diga del Pertusillo)e uno per ogni comune lucano. Si parla di 150 fitodepuratori, di varie dimensioni. Per ora la Basilicata ne ha uno solo, e l’Italia una decina o poco più, anche se molti cittadini stanno affiancando la loro abitazione con questa stupenda struttura, del tutto naturale. Questa è la strada giusta.

Una soluzione a tutti i veti e a tutti i cavilli italiani.

L’Italia è un Paese con un forte deficit energetico, senza contare la grave carenza di risorse naturali. Tutto ciò rende l’Italia succube delle scelte energetiche ed industriali di altre nazioni, soprattutto della Francia. E allora, in questa situazione economicamente tragica, si inserisce il mio ragionamento, per alcuni versi fantasioso. L’idea è semplice. Noi (come Paese-Italia) compriamo una centrale nucleare bella e pronta, già in produzione o di nuova costruzione, in territorio estero e confinante, e poi trasportiamo tutta l’energia nel nostro territorio. Un’altra possibilità è quella di chiedere alla Stato estero la concessione per costruirne una noi, sul loro territorio. Oppure ancora, la più praticabile, chiediamo la totale energia prodotta dalla centrale. Noi ci mettiamo solo i soldi. Non mi sembra un ragionamento eretico, basta la firma di un trattato bilaterale.

In più il nostro Governo ha intenzione di costruire 3 centrali nucleari sul suolo italiano. Io gliene propongo 5, in terra straniera: una in Francia, per rifornire di energia il Piemonte e la Liguria, una in Austria o in Svizzera, per alimentare le necessità energetiche della Lombardia, un’altra centrale in Slovenia, per i consumi del Nord-Est, una in Tunisia per la calorosa Sicilia e l’ultima in Albania, per la Puglia. Insomma, ci circondiamo di centrali nucleari, come se non lo fossimo già. Ci sarebbe anche un’altra scelta di riserva: la Corsica. Naturalmente non sto facendo i conti con gli osti, i francesi, gli sloveni, gli austriaci, gli svizzeri, i tunisini e gli albanesi, ma si sa, tutti hanno un prezzo.

Il problema delle risorse economiche non sussiste, il Governo ha stanziato risorse per costruite le nuove centrale nucleari, che ci sono e che potrebbero essere dirottate su questo mio progetto. Il problema delle distanze delle centrali dai futuri consumatori non fa parte del mio esempio, perché stiamo parlando di impianti a pochi chilometri dall’Italia e poi la tecnologia aiuta sempre, in questi casi, ad abbattere possibili sprechi dovuti al trasporto dell’energia. Per quanto riguarda i lavoratori da impiegare nelle opere del caso, credo che si debba privilegiare la manodopera locale, condizione che sarà sicuramente richiesta dalle nostre controparti. E poi potremmo anche liberarci del grave ed irrisolto problema delle scorie radioattive, derivanti dal processo produttivo. Potremmo, pagando, chiedere al paese ospitante la centrale, di provvedere al conseguente smaltimento. Anche se su questo tema molte altre questioni si affacciano, conosciute soprattutto alla malavita organizzata, che smaltisce rifiuti radioattivi nei fondali dei nostri mari. Lascio il resto delle possibili clausole pattizie alla vostra immaginazione e potrebbero essere davvero tante.

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