Riceviamo e Pubblichiamo

Ecco una storiella di un giovane amante della politica, con sogni e ideali, uno dei pochi ragazzi che entra in quel mondo sporco e subdolo, ricco di volontà e desiderio di cambiare il sistema…

Era un ragazzo che sin dalle scuole superiori si era messo in evidenza per le proprie idee, rappresentante di classe poi di istituto e infine  decise di volgere lo sguardo al di là degli armadietti scolastici, e spingersi dove in molti dicevano che avrebbe fallito perché nessuno era disposto a cambiare.

Ma lui si domandava: “se tutti si lamentano e nessuno fa niente, il sistema non muterà mai”. Così un giorno si affacciò alla politica bruciando le tappe nel modo più celere che potesse: militante, poi segretario di un movimento giovanile, e di colpo nel direttivo provinciale, ove si muoveva con rispetto e generosità. Un giorno però si guardò intorno e si rese conto che quel sistema doveva cambiare ancora, ma lo stesso sistema si ribellava ai cambiamenti.

Un sistema che prima lo elogiava per le sue capacità, prospettandoli un grande futuro, un futuro che lui neppure desiderava, poiché la politica per lui doveva esser vissuta nel pieno disinteresse delle poltrone degli incarichi. E una volta che si dice no al sistema, d’altronde non si può continuare a  ricevere le solite attenzioni se lo si vuol mutare…

Fu così che il giovane si guardò intorno, e vide che c’erano sempre le stesse poltrone, con sopra polvere alta cm, e vecchi giornali, con vecchie stampe a caratteri obsoleti… quelle poltrone che hanno condotto ad oggi un partito dalle grandi prospettive all’oblio. Quell’oblio causato dalla paura di cambiare…

Giovanni Boccoli

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Cari Amici,

da qualche giorno, si è tornato a parlare con grande insistenza del Partito della Nazione. Ma come vogliamo che sia questo partito? Che partito vogliono gli italiani?

Sembreranno domande banali, scontate. Ma non voglio dare nulla per scontato e, per far sì che nasca un partito che sia il più vicino possibile ai cittadini, vi invito a complilare un questionario, predisposto da Lorien Consulting. Non è certo con i questionari che si risolvono i problemi, lo so. Ma questo potrebbe essere il primo passo per la costruzione di un partito nuovo, che si basi sulla partecipazione e la condivisione di idee. Di tutti.

Cliccando sul banner qui sotto, vi troverete nella pagina dedicata all’indagine che è stata preparata, sull’opinione politica in generale e sui sentimenti verso il Partito della Nazione che si appresta a nascere.

Buon questionario! 🙂

Con il voto  di sfiducia nei confronti di Giacomo Caliendo, si apre oggi una nuova fase politica. Ormai, sono note le intenzioni di voto, che all’incirca dovrebbero esprimersi in questo modo:  le astensioni dovrebbero toccare quota 84 (33 finiani, 38 Udc, 8 Api, 5 Mpa), i voti a favore della sfiducia dovrebbero essere 230 (24 dell’Idv e 206 del Pd), quelli contrari 304 (59 leghisti, 239 del Pdl, 5 della componente NoiSud, nata dalla scissione con il movimento di Raffaele Lombardo e Francesco Pionati).

E’ un segnale importante, che vedrebbe impegnati, su un unico fronte, i moderati Casini, Fini e Rutelli. Non parliamo di terzo polo, per favore: questo nome sembra rievocare fantasmi di ribaltoni, spinte e sotterranee manovre politiche. Parliamo di una presa di posizione forte e decisa, che si esprime in maniera responsabile.

 

Questo perché, in fin dei conti, sarebbe facile  in questo momento votare la sfiducia nei confronti di Caliendo, mettendo così in crisi il governo Berlusconi, che altro non aspetta per riprendere fiato e mandare tutto all’aria, rendendo vera la minaccia di elezioni anticipate. Elezioni anticipate che sarebbero una boa di salvataggio per Berlusconi, capaci di tirarlo fuori dal mare di problemi in cui è immerso, e costituirebbero un’opportunità di plebiscito per la Lega, sulla quale non mi dilungo, per non diventare monotona.

Le elezioni non risolvono i problemi degli italiani.

Se si andasse a votare, sarebbe un’ulteriore occasione persa per il Paese, che ha bisogno di stabilità, di un governo saldo, che possa dimostrare il coraggio di portare avanti delle riforme, magari impopolari, ma utili per risollevare le sorti di questa nostra “Povera Patria”, come la definiva Battiato.

Al contrario, la scelta dell’astensione è stata portata avanti per rendere evidente agli occhi di Berlusconi la necessità di una presa di responsabilità. Siamo oggi in una situazione di stallo, nella quale il governo è rimasto imbrigliato e dalla quale ha l’obbligo di risollevarsi. Non è più il momento di tergiversare, di accusare o di incolpare: è giunto il momento di fare le riforme, le tanto agognate riforme.

Sono sicura che, se queste si dimostreranno serie e concrete, quest’ “opposizione di responsabilità” non avrà alcun problema a dimostrarsi un ottima interlocutrice. In ballo c’è il futuro del Paese, e spero, un giorno, di poter essere testimone e artefice, anche se in parte, di questo cambiamento.

Marta

Sono nata a Monticchio e, fin dall’ infanzia, la mia storia è stata strettamente legata a quei due splendidi crateri ripieni d’acqua, nei quali si rispecchia un gioiello in miniatura, voluto e messo in piedi dal genio dei monaci basiliani.

Amo Monticchio Laghi, ne conosco i suoi particolari, ho visto frotte di cigni giocare nelle acque calme, i laghi ricoperti di una sottile lamina di ghiaccio, ho passato del tempo a riflettere su una panchina in riva al lago. In questi 17 anni ho assistito al rigoglioso rifiorire stagionale della natura e, contemporaneamente, ho visto la forza attrattiva di questa località indebolirsi, anno dopo anno.  Non resta null’altro che un turismo domenicale, il cosiddetto turismo “mordi e fuggi”, da pic-nic occasionale, raramente seguito da una permanenza nel posto. Tutto ciò, alimentato dalla carenza di strutture in grado di trattenere il visitatore per più di una mattinata.  E’ assurdo, considerato il fatto che, a circa 20 km da Monticchio Laghi, si erge una città ricca di cultura e storia come Melfi, e a circa 10 km vi è Rionero, la patria di Giustino Fortunato. Non sarebbe così impensabile un percorso turistico che leghi queste 3 città, così importanti, così divise.

Sarebbe un modo per rimettere in moto l’economia lucana legata al turismo, attualmente in affanno.

Ma nulla è stato fatto in tutto questo tempo. Inoltre, a rendere la situazione ancora più difficile, la frana che, da Marzo di quest’anno, impedisce di percorrere la strada che dal lago Piccolo conduce alla Badia di San Michele. I governatori sono stati sollecitati più volte ma,in questo tempo, i tecnici della Regione hanno soltanto provveduto a dichiarare la strada inagibile e a bloccarne il passaggio, in attesa di qualche altro ordine dall’alto. Ad oggi, nonostante le continue sollecitazioni, la situazione è statica. Manca la voce, l’opera delle autorità. Manca l’interesse per una località che dovrebbe essere il fiore all’occhiello di un’intera regione, che potrebbe divenire  un polo d’attrattiva turistica importante in tutto il meridione.

L’Indolenza e l’indifferenza delle autorità hanno logorato i Laghi di Monticchio, due perle ricche di risorse proprie.

Ora, è tempo di svegliarsi per dare a Monticchio lo splendore che merita.

Marta Romano

Unione di Centro: c’è bisogno di più partecipazione dei tesserati al processo decisionale.

L’Unione di Centro è il partito moderato nazionale, che spesso è costretto a dimenarsi tra tirate di giacca e insulti di trasformismi, il tutto condito da un’elevatissima dose di incoerenza di chi, appunto, tenta di delegittimare l’Udc e la sua linea politica. Non scrivo per lodare questo partito, che comunque ha molti demeriti, ma anche qualche merito, a mio modo di vedere, ma almeno cerca una nuova logica politica.

A livello locale, l’Udc è un partito molto presente nelle competizioni elettorali, di ogni ordine e grado, ma è del tutto assente nei paesi, nelle strade, sul territorio, nel vivere della gente. Ma è un po’ così tutta la partitocrazia lucana. Quando si vota: “Votateci, votateci, noi siamo i più belli e i più forti”, e poi finite le pratiche elettorali, gli slogan e le bandiere tornano in soffitta a svernare, in attesa di una nuova primavera elettorale. È un meccanismo che a me non garba. Una logica sbagliata e subdola, che oramai è entrata sia negli uomini di partito, che negli elettori, ormai non più abituati alla convivenza dialettica con amministrazioni, associazioni, partiti e società civile.

Un volenteroso ragazzo, che vuole partecipare alla vita politica del proprio paese, in un sistema del genere si trova ammanettato alle promesse dei politicanti nel periodo preelettorale e alle delusioni (preventivate ampiamente) nell’immediato seguito del voto. Insomma, fermi al palo ad aspettare cosa? Ad aspettare veri partiti e veri politici, che negli ultimi anni hanno latitato. Sarò forse abituato alla velocità del web o alle rapide fantasie giovanili della mia mente, ma trovo la politica molto appesantita su se stessa, quasi a volersi volontariamente isolarsi e negare a qualsiasi volenteroso di avvicinarsi per rialzarla.

Ritornando al discorso principale: l’Udc non è presente, non ha sezioni, non ha recapiti politici conosciuti ai più, non fa manifestazioni, non fa attività sul territorio post elettorale. È qui l’errore: un rivenditore che cerca di far acquistare un elettrodomestico a qualcuno, oltre ad assicurasi la vendita, deve anche seguire il cliente nel rapporto post vendita, altrimenti ne perderà la fiducia. Così dovrebbe funzionare in politica ed è così che agisce la Lega Nord, ma non tutti gli altri partiti, carrozzoni lenti alla ricerca di una discesa per sveltire il passo e portarsi primi in una corsa che conduce a valle e non ad una vetta, ad un obiettivo in cima.

Devo dirlo francamente: sono passati ormai sette mesi dalla sottoscrizione della mia tessera all’Udc, ma non c’è stata nessuna vera azione politica, solo inutili tatticismi partitici: la politica non è la partitocrazia, per fortuna, come mi ricordò Maurizio Bolognetti, uno degli ultimi (io spero uno dei primi) politici lucani. Parlando della mia esperienza a Tursi, mi sono tesserato per partecipare alle decisioni amministrative dei nostri eletti, insieme agli altri tesserati. In poche parole volevo che accadesse questo: i consiglieri che si riconoscevano nell’Udc dovevano riunire la sezione tutte le volte che c’era un consiglio comunale o qualcos’altro da discutere, per dibattere insieme delle questioni e per decidere, a maggioranza dei tesserati, la linea politica da seguire. In questo modo è il popolo del partito che guida i consiglieri e gli assessori, e di conseguenza la linea politica dell’amministrazione comunale, e non il contrario.

Questo, però, per molti motivi non avviene. Primo tra tutti l’autoreferenzialità degli eletti, legittimati dal voto popolare a guidare l’amministrazione (mi ricordano tanto i discorsi che fa Berlusconi). Amministratori persi nei meandri dei palazzi burocratici, che dimenticano le promesse, il partito e soprattutto lo statuto di quest’ultimo. Il secondo motivo potrebbe essere la poca volontà degli eletti di confrontarsi con i tesserati, per presunzione o menefreghismo o delirio di autosufficienza. Terza possibile spiegazione è forse la totale divisione interna del partito, lo sfilacciarsi di rapporti mai stati saldi. Quarto motivo: la sconvenienza ad istaurare un rapporto di dipendenza politica e decisionale con la sezione, perché è un evidentissimo laccio alle mani, che impedisce possibili tatticismi in consiglio comunale. Quinto possibile motivo: i consiglieri potrebbero dire che “nessun partito lo fa e non vogliamo essere i primi” e come darli torto? Potrebbe essere una di queste la spiegazione, o qualcun’altra, o tutte e cinque. Politicanti pseudo partitocrati intenti in politichese esprimersi in assisi amministrative (insomma solo bla bla bla), ecco la definizione dei consiglieri comunali di Basilicata (e forse di tutta Italia), che si sono succeduti nelle ultime legislature, non tutti, ma la maggior parte.

Ricordo, con un po’ di nostalgia, le discussioni nella sezione della defunta Alleanza Nazionale, 2 anni fa, con l’allora segretario Peppino Cassavia, che convocava a spese sue tutti i tesserati, compresi i giovani, per dibattere della azioni da intraprendere di fronte alle situazioni che si presentavano di volta in volta, compresi gli ordini del giorno dei consigli comunali. Ricordi appunto, di un’esperienza bella, che vorrei rivivere, ma che mi è negata dalla realtà dei fatti. Mi scuso per lo sfogo, ma vi assicuro che qualcosa cambierà, non per merito dei politicanti e dei partiti…

E poi, un nostro carissimo lettore, Christian Condemi, mi ha segnalato un video, che ho visionato ben volentieri, e tra le tante frasi dette e viste, mi ha colpito questa: “Deve passare l’idea che non vale la pena affannarsi per creare un mondo socialmente migliore…”. Ed è proprio vero. I colpevoli sono i nostri politici, che amano il deserto (di idee) alla rigogliosa foresta (di pensieri e invenzioni). E se continuerà così, in questi nostri paesi rimarranno solo loro e le case fatiscenti. Bella prospettiva.

Solidale con gli amici che stamattina hanno dovuto affrontare la prima prova dell’esame di maturità, ho provato ad immaginarmi nei loro panni, nei panni dei  ragazzi che oggi, in ogni parte d’Italia, si sono trovati ad affrontare le proprie paure e le proprie emozioni, per compiere  quel passo che segna la fine di un’esperienza e l’inizio di un nuovo tipo di prova: la vita.

Ore 8.00 del mattino, tutti i banchi allineati, ben distanziati tra di loro. Seduta ad un banco, nelle file  centrali, di poco a destra, ci sono io. Abiti sportivi e comodi, una goccia di sudore, sicuramente non dovuta al calore, mi scorre sulla tempia, mentre le mie mani agitate giocherellano con un braccialetto, ignara vittima della mia ansia. Vorrei parlare, scambiare qualche parola con i miei amici, i miei compagni di classe, che hanno condiviso con me tutti gli eventi, belli o brutti che siano, legati alla mia vita scolastica. Vorrei parlare, ma non ci riesco, un groppo in gola mi blocca, mi impedisce di pronunciare qualsiasi parola. E’ forse un’implicita vendetta del mio corpo per tutte le parole spese durante le ore di lezione.

Fisso il vuoto e incrocio le dita, sperando che le tracce mi piacciano e che il tutto finisca prima che il mio cuore possa scoppiare. Sento i battiti del mio cuore, mi sembra che stia bussando sul petto, per supplicarmi di porre fine a questa incredibile ansia. Incontrollabile e implacabile ansia.

Un uomo, camicia azzurra, pantaloni di colore scuro e occhiali da sole, sorpassa il mio banco. E’ il presidente della commissione ed ha in mano una busta gialla, nella quale è racchiuso il verdetto del Ministero dell’Istruzione. Mi sistemo sulla sedia, mi avvicino al banco e aspetto le tracce, sempre persa nel mio invalicabile silenzio di terrore.

Sono ormai le 08.30 quando vengono rese note le vere tracce della “Maturità 2010”. Non è valso a nulla vagare su internet, alla ricerca di un aiuto, di un’indiscrezione sulle possibili tracce della prima prova. Così, seduta nel banco, immobile e silenziosa come mai, mi ritrovo a leggere di argomenti che mai avrei potuto immaginare : gli UFO, la loro possibile esistenza, o il ruolo della musica.

La mia attenzione, però, si sofferma su due tracce in particolare, quella inerente ai giovani e la politica, dato che ne sono interessata in prima persona, e la traccia su un argomento tanto delicato quanto interessante e problematico come quello delle foibe. Rifletto a lungo su quest’ultimo tema, generalmente sottovalutato dall’attenzione pubblica, che troppo spesso non ha dato tanta importanza quanta ne meritano le migliaia di vittime della follia umana.

Essere dimenticati è come morire due volte: quanti Italiani sanno veramente cosa sono le foibe? Sui libri di storia la questione è liquidata in due righe. E’ un becero tentativo per alleggerire la coscienza umana, che però rischia di trasformare degli episodi così tragici in eventi banali. Come se il male fosse banale!

Il tempo però scorre ancora, e mi accorgo che questa riflessione mi ha bloccata e, mentre guardo ancora con indecisione le due tracce che mi stanno tormentando, molti miei compagni sono già chini con la testa sul foglio, penna in mano e tanta concentrazione sul volto. Nel frattempo, quella goccia di sudore, è scesa fin sul collo, riportandomi alla realtà, a quel foglio bianco che attende ancora il tratto nero della mia Bic. Allora mi rendo conto di non poter tergiversare, e di dover scegliere, e la mia mente mi spinge ad optare per la traccia sui giovani e la politica, mia grande passione e stabile pensiero nella mia mente. Grandi nomi e grandi leader che affrontano questo tema nei loro discorsi mi spingono a desiderare ardentemente di scrivere la mia esperienza, i miei dubbi, le mie paure e le mie gioie legate al mondo della Politica.

Giovani & Politica: due parole difficilmente conciliabili al giorno d’oggi, dato che i ragazzi , miei coetanei, non vedono nella politica nulla di buono, ma qualcosa di sporco e vecchio.

Il malcontento fra i ragazzi dilaga, e cresce il disagio. Ma è troppo facile lamentarsi di questo mondo, osservarlo mentre lentamente cade in un abisso troppo profondo. E’ facile, ma poco utile. Troppa indifferenza e sfiducia in noi stessi, sono le prime cause della grave questione morale che viviamo noi italiani. Una disaffezione crescente e preoccupante per coloro i quali dovrebbero essere il futuro del Paese, ma che preferiscono non utilizzare le proprie mani, pulite, per risanare ciò che è stato sporcato e logorato dal tempo e dagli uomini. Ma chi, se non i giovani, può prendere sulle proprie spalle il cambiamento, e così capovolgere questa pessima condizione, questo degrado politico e morale? Chi più di noi ragazzi può credere ancora nei valori della legalità, della giustizia e della lealtà?

D’altronde, il cambiamento può esserci soltanto se i primi a cambiare siamo NOI: mettendoci la faccia, la passione, rischiando in prima persona, proponendo soluzioni concrete ai problemi.
Noi giovani, siamo il futuro di quest’Italia, dobbiamo soltanto crederci un po’ di più e lottare per le nostre idee. Siamo la classe dirigente del domani, la speranza per il giorno che verrà.
Il cambiamento può passare attraverso le nostre mani e, come diceva Don Lorenzo Milani “A cosa sarà servito avere le mani pulite, se le avremo tenute in tasca?”

Marta

Il dibattito in rete, sulla prima prova dell’esame di maturità:

UnDueTre Blog

Squeezer magazine

Avvenire

laRepubblica

Corriere della Sera

Spreco di risorse pubbliche e degrado sociale. Manca la politica vera.

Lsu: lavoratori socialmente utili, ma a chi? Lavoratori di una certa età, con delle disabilità, con altri problemi vari. Insomma, soggetti da recuperare e da reinserire nel processo lavorativo locale, attraverso creazione di cooperative, società o assunzioni in enti locali. Assunzioni prima a progetto e poi a tempo indeterminato. Ma come sempre ci sono i vari imprevisti istituzionali, le varie campagne elettorali, i vari intrallazzi della politica, e la questione si tira avanti da molto tempo. Ma la considerazione importante non è questa, ma il messaggio mandato ai quasi 600 mila lucani residenti entro i confini regionali.

Il percorso del torrente pulito è evidenziato in rosso.

Il messaggio lanciato dalla politica è sempre lo stesso: “Votami e ti do un vitalizio con soldi pubblici. Tu devi solo far finta di lavorare, o al massimo devi fare qualche ora di sfalcio erba o pulizia, ma nulla di particolarmente faticoso. E ricordati di farmi votare dalla tua famiglia. Alla regione vota Nome e Cognome”. E quei poveri lavoratori, pur di racimolare qualche soldo, cosa fanno? Votano e seguono il dettato impartitogli.

Strana voglia, da parte della precedente giunta regionale, di stabilizzare i lavoratori socialmente utili. In qualche documento trovato su internet si può leggere di copiosi incentivi a chiunque assumesse a tempo pieno ed indeterminato uno dei tanti lavoratori iscritti nell’albo regionale. Si va dagli 8.000 euro a fondo perduto all’anno per tre anni a chiunque stabilizzasse un Lsu, fino ai 12.000 euro a fondo perduto per i lavoratori inseriti nell’albo, che si sarebbero costituiti in società o cooperative di servizi autonome. C’è anche un contributo a fondo perduto di 15.493,71 euro per quei lavoratori, sempre presenti nell’albo, che si sarebbero tolti dalle scatole volontariamente. Per tutti gli altri, una gran pacchia. Lavoro ad intermittenza, foraggiato con assegni regionali, per almeno il 70% e per il restante 30% dagli altri enti che avrebbero usufruito del loro lavoro. Senza contare incentivi, premi e tanto altro. E chi gliela fa fare di andarsene da questo “Albo” regionale? Di solito se ne vanno qualche milione di euro di soldi pubblici… e cosa vuoi che sia?

La convenienza ad assumerli l’hanno trovata molti comuni ed enti, che vedendosi forniti dalla regione i mezzi economici e gli incentivi per sostenere questi lavoratori, allora gli assumono, essendo questi Lsu anche vicini all’età per la pensione ed avendo anche i requisiti per possibili prepensionamenti. Insomma un affarone per tutti: regione, comuni ed Lsu. Peccato che non lo sia per tutti gli altri. La regione continua a far leva su fondi propri per prolungare queste assunzioni di questi lavoratori precarizzati dalla regione stessa e che continuano ed esserlo grazie ad essa.

Insomma, un modo come un altro per foraggiare e fare clientelismo. Ogni qualvolta ci sono le elezioni, li vedi, che tagliano un po’ d’erba, bruciano qualche legnetto, zappano qualche cosa che non si capisce, puliscono qualche anfratto sconosciuto e socialmente inutile. Non bisogna prendersela con i lavoratori, che comunque secondo alcune teorie economiche, scelgono la propria strategia ottimale, conoscendo ciò che farà la Regione, minimizzando i propri costi e massimizzando il proprio beneficio: prendere tutti i soldi possibile facendo il minimo sforzo. Insomma, hanno scelto il loro punto di ottimo. Peccato che il loro punto di ottimo, coincida con il punto in cui la ragionevole decenza viene a mancare e i primi dubbi, sospetti e rabbie iniziano ad insinuarsi nelle menti di chi li vede all’opera.

Un esempio: finita la campagna elettorale, una decina o una quindicina di lavoratori socialmente utili è stata assunta presso la Comunità montana del Basso Sinni, per svolgere attività di pulitura dalle erbacce, del letto del canale Pescogrosso,  che attraversa l’abitato di Tursi. Da più di un mese che lavorano, hanno percorso appena un chilometro di torrente. Il loro lavoro dovrebbe essere quello di tagliare l’erba e gli arbusti, raccoglierli e bruciarli. 15 persone armate di tutto punto, con corsi di formazione alle spalle, ben retribuite, con abitazione a due passi dal posto di lavoro, con le condizioni atmosferiche favorevoli, senza nessun altro elemento di disturbo, minimo minimo dovevano finire tutto il canale e ritornare pure indietro in oltre un mese di lavoro e non fare solo un chilometro. Ma cosa hanno fatto in tutto questo tempo? Io non lo so, ce lo dovrebbero spiegare chi li ha assunti.

Definirlo spreco di denaro pubblico è poco. Con quei soldi si potrebbe fare molto di più. Oppure con gli stessi soldi e con gli stessi lavoratori, ma con un controllo e monitoraggio costante delle attività, con delle tabelle di marcia, con delle tappe forzate, con altri modi di incentivazione e tanto altro, si potrebbe fare davvero molto e finalmente fare qualcosa di veramente utile: spendere soldi pubblici per dare un servizio alla comunità.

Conti alla mano, la Regione Basilicata nel suo bilancio di previsione 2010-2012 ha stanziato 9 milioni di euro per la stabilizzazione degli Lsu. Ma bisogna ricordare che un provvedimento nazionale ha messo in discussione questa stabilizzazione profumatamente pagata. Per ora si può dire che i Lsu possono proseguire le loro attività, essendoci 3 milioni a disposizione per tutto il 2010. Quindi non si facessero venire in mente di fare uno sciopero, perché tutti i cittadini e l’intera attività economica potrebbe trovarne danno. Sfoghiamoci con una risata, anche perché la realtà è sempre più amara.

Ripeto: i colpevoli non sono i lavoratori, che sfruttano a loro vantaggio la situazione, ma gli enti preposti al loro controllo, che però sono in conflitto d’interesse. Bisogna ristabilire una legalità di fondo, basata sull’impegno e sulla produttività e non solo sul doversi vestire con una canotta rifrangente e dei guanti per poter prendere uno stipendio pubblico. Non se ne può più.