Rifiuti, Arpab e inquinamento delle acque

Il segretario regionale dei Radicali Italiani, Maurizio Bolognetti, è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, sul suo dossier “La Basilicata avvelenata dalla malapolitica”, redatto in questi ultimi mesi, dopo il clamoroso caso dell’inquinamento rilevato da Bolognetti nelle acque delle dighe lucane nel gennaio scorso.

Ma di cosa si parla in questo dossier? Dei rifiuti urbani, industriali, più o meno pericolosi e nocivi che viaggiano per la nostra terra, senza controlli. Si tratta di rifiuti anche lucani, ma mischiati con altra immondizia proveniente da altre zone italiane e che viene depositata nelle nostre discariche, se va bene, o in qualche luogo sperduto, e ce ne sono tantissimi, della nostra terra, senza che nessuno se ne accorga per parecchi anni. La domanda significativa è: perché in Basilicata, dove la popolazione è poca, le possibilità tante, le risorse ci sono, non si è sviluppato in passato un piano efficiente per la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani? Possibili risposte sono: l’incompetenza degli amministratori; la mancanza di educazione ambientale della popolazione; l’accordo tra ditte di smaltimento rifiuti e amministratori, per continuare a non riciclare. Credo sia la terza.

Altro argomento trattato è la questione dell’Arpab. Il direttore dell’agenzia, Vincenzo Sigillito, dimostra assenza totale di rispetto per l’ambiente, per l’intelligenza del popolo lucano e soprattutto per la salute dell’intera Basilicata. Perché il direttore paga un affitto esorbitante per la sede dell’ente a Matera di proprietà di un imprenditore che investe in smaltimento di rifiuti pericolosi? Perché non fa tutto ciò che gli compete per rendere i cittadini partecipi della grave situazione ambientale della nostra terra? Perché permette ancora, insieme alla Giunta Regionale, che tutti gli enti a rischio inquinamento (es: Eni, Sogin, ecc.) continuino ad essere i controllori di sé stessi? Perché nasconde le rilevazione fatte all’inceneritore Fenice di Melfi tra il 2002 e il 2006? Se non è Sigillito che le nasconde, chi ha più poteri del Nostro per recuperarle? Una cosa è certa: i direttori delle agenzie regionali lucane sono dei veri e propri papi, nominati, incontestabili ed eterni. I politici passano e loro restano.

Terzo argomento è l’inquinamento delle acque lucane. Si va dagli invasi, ai torrenti, alle sorgenti, fino ai fiumi e al mare. La questione delle dighe inquinate da bario e boro, da residui fecali umani, da altre sostanze industriali ed agricole. Insomma un letamaio che ogni giorno irriga i nostri campi e disseta i pugliesi. Bolognetti nel gennaio scorso parlò di questa grave situazione, ma venne immediatamente tacciato come blasfemo da tutti i politici lucani e da tutti i giornalisti locali e dall’Arpab. Che sia Bolognetti in malafede? Lo smentisce l’eutrofizzazione delle acque della diga del Pertusillo, nel maggio scorso, ad opera dell’alga cornuta, che si nutre appunto di sostanze inquinanti come azoto e fosforo, provenienti da scarichi urbani e anche agricoli.

Ma possibile che la Basilicata sia così? Possibile che sotto i nostri piedi, nelle nostre colline, nei nostri fiumi, nei nostri mari, ci sia tutto questo inquinamento? Possibile che a vederlo sia solo Bolognetti? Possibile che nessun politico locale conosca queste emergenze? Possibile che nessun potere lucano trovi convenienza a combattere questo malaffare? Possibile che la popolazione non veda? Possibile che sia disillusa ed orami rassegnata? Possibile che finisca sempre come i contadini del “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi, malati fuori e morti dentro?

Concludo con la frase che più mi ha colpito di questo lungo dossier: “Il paradosso lucano sta nel fatto che chi mette le mani nelle nostre vite, negando giustizia, producendo avvelenamenti, saccheggiando il territorio, dorma in pace, mentre chi denuncia e prova a raccontare, il sonno lo perde.”

Unione di Centro: c’è bisogno di più partecipazione dei tesserati al processo decisionale.

L’Unione di Centro è il partito moderato nazionale, che spesso è costretto a dimenarsi tra tirate di giacca e insulti di trasformismi, il tutto condito da un’elevatissima dose di incoerenza di chi, appunto, tenta di delegittimare l’Udc e la sua linea politica. Non scrivo per lodare questo partito, che comunque ha molti demeriti, ma anche qualche merito, a mio modo di vedere, ma almeno cerca una nuova logica politica.

A livello locale, l’Udc è un partito molto presente nelle competizioni elettorali, di ogni ordine e grado, ma è del tutto assente nei paesi, nelle strade, sul territorio, nel vivere della gente. Ma è un po’ così tutta la partitocrazia lucana. Quando si vota: “Votateci, votateci, noi siamo i più belli e i più forti”, e poi finite le pratiche elettorali, gli slogan e le bandiere tornano in soffitta a svernare, in attesa di una nuova primavera elettorale. È un meccanismo che a me non garba. Una logica sbagliata e subdola, che oramai è entrata sia negli uomini di partito, che negli elettori, ormai non più abituati alla convivenza dialettica con amministrazioni, associazioni, partiti e società civile.

Un volenteroso ragazzo, che vuole partecipare alla vita politica del proprio paese, in un sistema del genere si trova ammanettato alle promesse dei politicanti nel periodo preelettorale e alle delusioni (preventivate ampiamente) nell’immediato seguito del voto. Insomma, fermi al palo ad aspettare cosa? Ad aspettare veri partiti e veri politici, che negli ultimi anni hanno latitato. Sarò forse abituato alla velocità del web o alle rapide fantasie giovanili della mia mente, ma trovo la politica molto appesantita su se stessa, quasi a volersi volontariamente isolarsi e negare a qualsiasi volenteroso di avvicinarsi per rialzarla.

Ritornando al discorso principale: l’Udc non è presente, non ha sezioni, non ha recapiti politici conosciuti ai più, non fa manifestazioni, non fa attività sul territorio post elettorale. È qui l’errore: un rivenditore che cerca di far acquistare un elettrodomestico a qualcuno, oltre ad assicurasi la vendita, deve anche seguire il cliente nel rapporto post vendita, altrimenti ne perderà la fiducia. Così dovrebbe funzionare in politica ed è così che agisce la Lega Nord, ma non tutti gli altri partiti, carrozzoni lenti alla ricerca di una discesa per sveltire il passo e portarsi primi in una corsa che conduce a valle e non ad una vetta, ad un obiettivo in cima.

Devo dirlo francamente: sono passati ormai sette mesi dalla sottoscrizione della mia tessera all’Udc, ma non c’è stata nessuna vera azione politica, solo inutili tatticismi partitici: la politica non è la partitocrazia, per fortuna, come mi ricordò Maurizio Bolognetti, uno degli ultimi (io spero uno dei primi) politici lucani. Parlando della mia esperienza a Tursi, mi sono tesserato per partecipare alle decisioni amministrative dei nostri eletti, insieme agli altri tesserati. In poche parole volevo che accadesse questo: i consiglieri che si riconoscevano nell’Udc dovevano riunire la sezione tutte le volte che c’era un consiglio comunale o qualcos’altro da discutere, per dibattere insieme delle questioni e per decidere, a maggioranza dei tesserati, la linea politica da seguire. In questo modo è il popolo del partito che guida i consiglieri e gli assessori, e di conseguenza la linea politica dell’amministrazione comunale, e non il contrario.

Questo, però, per molti motivi non avviene. Primo tra tutti l’autoreferenzialità degli eletti, legittimati dal voto popolare a guidare l’amministrazione (mi ricordano tanto i discorsi che fa Berlusconi). Amministratori persi nei meandri dei palazzi burocratici, che dimenticano le promesse, il partito e soprattutto lo statuto di quest’ultimo. Il secondo motivo potrebbe essere la poca volontà degli eletti di confrontarsi con i tesserati, per presunzione o menefreghismo o delirio di autosufficienza. Terza possibile spiegazione è forse la totale divisione interna del partito, lo sfilacciarsi di rapporti mai stati saldi. Quarto motivo: la sconvenienza ad istaurare un rapporto di dipendenza politica e decisionale con la sezione, perché è un evidentissimo laccio alle mani, che impedisce possibili tatticismi in consiglio comunale. Quinto possibile motivo: i consiglieri potrebbero dire che “nessun partito lo fa e non vogliamo essere i primi” e come darli torto? Potrebbe essere una di queste la spiegazione, o qualcun’altra, o tutte e cinque. Politicanti pseudo partitocrati intenti in politichese esprimersi in assisi amministrative (insomma solo bla bla bla), ecco la definizione dei consiglieri comunali di Basilicata (e forse di tutta Italia), che si sono succeduti nelle ultime legislature, non tutti, ma la maggior parte.

Ricordo, con un po’ di nostalgia, le discussioni nella sezione della defunta Alleanza Nazionale, 2 anni fa, con l’allora segretario Peppino Cassavia, che convocava a spese sue tutti i tesserati, compresi i giovani, per dibattere della azioni da intraprendere di fronte alle situazioni che si presentavano di volta in volta, compresi gli ordini del giorno dei consigli comunali. Ricordi appunto, di un’esperienza bella, che vorrei rivivere, ma che mi è negata dalla realtà dei fatti. Mi scuso per lo sfogo, ma vi assicuro che qualcosa cambierà, non per merito dei politicanti e dei partiti…

E poi, un nostro carissimo lettore, Christian Condemi, mi ha segnalato un video, che ho visionato ben volentieri, e tra le tante frasi dette e viste, mi ha colpito questa: “Deve passare l’idea che non vale la pena affannarsi per creare un mondo socialmente migliore…”. Ed è proprio vero. I colpevoli sono i nostri politici, che amano il deserto (di idee) alla rigogliosa foresta (di pensieri e invenzioni). E se continuerà così, in questi nostri paesi rimarranno solo loro e le case fatiscenti. Bella prospettiva.

In una calda e alquanto umida sera d’estate, precisamente l’altra sera, il 23 luglio, al lido Nettuno di Metaponto, si è svolta una riunione di tutte le associazioni e comitati che fanno della tutela del territorio, della natura e dell’ambiente la loro unica priorità. Il titolo era: Terra e mare al tempo del petrolio. Hanno partecipato e dibattuto esponenti della Ola, la professoressa Maria Rita D’Orsogna, docente dell’Università della California, componenti dei vari comitati contro petrolio e nucleare. Presente anche Maurizio Bolognetti, segretario regionale dei Radicali Italiani. Tutti concordi nel definire scellerato l’uso che si fa delle risorse energetiche, tutto a discapito delle popolazioni residenti sui territori. I veri colpevoli sono stati individuati: le compagnie petrolifere, tutte, il Governo italiano e la sua politica della militarizzazione e del segreto di Stato, le amministrazioni locali, dalla Regione Basilicata fino ai Comuni e al loro silente latitare.

L’accusa è grave: uso criminoso, scellerato, disumano, pericoloso, profittevole, clientelare che le società e gli enti prima citati fanno delle nostre risorse, soprattutto per quanto riguardo il petrolio e il gas. Sono stati esposti dati, slide, tabelle, foto, mappe, tutto per avallare la stessa tesi: il danno al nostro ambiente si è già perpetrato ed è costretto ad ampliarsi sempre più se non ci impegniamo tutti un po’ di più per dare voce alla nostra natura che oramai “urla a gran voce” il suo malessere e invoca un necessario stop all’inquinamento, di qualsiasi tipo.

In quella stessa sede, tutti i comitati locali e cittadini dislocati sul territorio, hanno dato vita al “Comitato per la tutela dell’Ambiente e della Salute della Basilicata” che li riunisce in un unico direttivo per meglio coordinare le azioni. Per chi poi volesse, si poteva anche firmare la petizione a favore del tenente della polizia provinciale di Potenza, Giuseppe Di Bello, presente all’incontro. Tutto molto interessane e condivisibile, per me che lentamente scopro e mi interesso delle tematiche ambientali della nostra terra e non solo.

Ma, immedesimandomi in un semplice cittadino lucano, molti dubbi e domande si insinuano nei miei ragionamenti e altri ancora ne nascono ripensando all’altra serata. Ad esempio potrei chiedermi: ma questi signori, lì riuniti, sono contro il petrolio o contro le pratiche “legali” dei petrolieri? Tutti questi incontri, molto interessanti, a cosa servono? Quali sono le azioni da compiere realmente e concretamente per salvare il nostro territorio? Perché non erano presenti l’assessore all’ambiente Agatino Mancusi e il presidente della regione Basilicata Vito De Filippo, entrambi invitati? Perché non si riesce ad instaurare un rapporto sereno, costruttivo e sincero tra gli ambientalisti e le istituzioni?

Perché la partitocrazia deve sempre intralciare il cammino del serio dialogo politico? Perché la popolazione non è completamente partecipe alle iniziative dei vari comitati? Perché la rassegnazione ha preso il sopravvento? Perché qualche migliaio di ambientalisti non riesce a fermare quel mostro che di volta in volta cambia nome: Eni, Shell, Total, Esso? Perché mi sento impotente di fronte a questi mostri? Perché i politici non sono dalla nostra parte, contro i petrolieri, per il nostro territorio? Possibile che è così forte la corruttela, anche morale? Perché urlare a squarciagola non serve a nulla di fronte al fetore delle mazzette e delle royalties delle estrazioni?

Tante altre le domande, ma vorrei cercare anche qualche risposta. Gli ambientalisti, non credo siano contro la risorsa petrolio, ma contro chi lo estrae, e come lo estrae. Gli incontri e i dibattiti servono per sensibilizzare l’opinione pubblica e informare, soprattutto. Le azioni da attuare nel breve periodo sono: studiare tutte le situazioni e le problematiche presenti e future, informare la popolazione e al momento giusto convogliare le rabbie e i timori dei cittadini in manifestazioni pubbliche che dovranno far cambiare idea alle amministrazioni locali. Questo è l’unico modo pacifico per agire. La grandissima manifestazione di Scanzano Jonico contro il deposito nazionale delle scorie nucleari, del 2003, è l’emblema del mio ragionamento. Riprendo una frase sempre ripetuta da un attivista che ho conosciuto l’altra sera, Antonello: Se ci convincono che nulla può cambiare, nulla cambierà!

È una notizia di qualche ora fa: la British Petroleum ha avuto il permesso dalla Libia per sondare i fondali del Mediterraneo, nel golfo della Sirte, a 500 km dalla Sicilia. Mi chiedo: si vuole replicare quello che è accaduto nel golfo del Messico? Credo proprio di si.